It’s time to leave, I’m really not sorry

Emergo dal sottosuolo e la luce di un pomeriggio di fine agosto mi colpisce in pieno. È trascorso del tempo dall’ultima volta che son passata in porta Garibaldi.
Dove anni fa scorrevano anonimi stradoni e più tardi, quest’inverno, gli scheletri degli edifici sovrastavano i percorsi provvisori, ora si stagliano lucenti grattacieli, degni di una vera metropoli. Lo skyline è internazionale, e allora non si può più certo dire “le Varesine”: molto meglio City Life. Conciso, rassicurante, anonimo.
È passato del tempo anche dall’ultima uscita da lavoratrice. Il sandalo si incastra in un gradino, quasi inciampo; ma è un attimo, e subito sono riassorbita dalla folla ordinata che fluisce dalla metropolitana verso la Milano che produce. Ed è così che, un po’ come andare in bicicletta, scopro che non si smette semplicemente di essere un’impiegata di città: non si dimentica la posa delle spalle, il movimento fluido della tessera atm sui nuovi tornelli, lo sguardo fintamente distratto che si posa su semafori bici pedoni turisti modelle operai. Sono passati dieci mesi, ma mi è bastato uscire senza bimbo e venire qui per farmi riassorbire dalla massa.
Eppure.
Eppure mi sento fuori posto, come se fossi la spia di un altro pianeta. Decine di libri letti, di riflessioni fatte, di calcoli più o meno ponderati si affastellano nella mia mente, mentre, in questo pomeriggio di agosto, vado a presentare le mie dimissioni dopo aver avuto un bambino.
La società in cui sono cresciuta mi dice che non è proprio dignitoso che una ragazza non abbia ambizioni di carriera. Che un bambino non è un lavoro. Che ho un dovere verso le donne che hanno combattuto per farmi avere queste opportunità. Il punto però è che, proprio come loro, io preferisco essere felice che conformarmi alle aspettative della società. E quindi no, non mi dispiace e non sono triste, anzi. Ringrazio il cielo ogni giorno per questa possibilità.
Sono quasi arrivata. Nella stessa via in cui mia nonna viveva con tre figli, in un sottoscala infestato dai topi e dalla miseria del dopoguerra, ha da qualche anno la nuova sede la società multinazionale per cui lavoro.
Quando son stata assunta erano altri gli uffici, e per sei anni ho lavorato dal cliente. È la prima volta che vengo qui. Entro, chiedo della persona che devo vedere, consegno i miei documenti, stringo una mano, lascio il badge e sono fuori. È l’ultima volta che esco di qui.
Il sole sta lentamente calando e fa scintillare la punta del palazzo Unicredit. Non so come si chiami veramente: avrà anche un nome, questa specie di unicorno che è visibile ormai da buona parte della città. Ma non ha molta importanza, in fondo. Quando tornerò da queste parti tutto sarà ancora diverso, e probabilmente anche io.
Sono quasi le sei: penso a Davidea casa con la nonna, a come è strano camminare senza il suo piccolo peso addosso. È un po’ come muovermi in acqua: sono più leggera ma faccio più fatica. Affretto il passo, raggiungo altri impiegati al semaforo, attraverso la strada e finalmente scivolo nella pancia della città e verso il mio bimbo.

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La prima volta che sono entrata in questa casa

La prima volta che sono entrata in questa casa era il 1° aprile del 2010, ed è stato un colpo di fulmine. Era successo tutto per caso: aver dimenticato di mettere in strada il materasso da buttare per il ritiro AMSA, doverlo portare in ricicleria con la macchina dei miei e, al ritorno, Andrea che proponeva: facciamo qualche stradina alternativa, magari qui c’è qualche casa in vendita. Ed eccola, dietro l’angolo, col suo parco gigantesco, ed ecco anche un annuncio…ma no, ci dicevamo, figurati, 100 metri quadri, costerà troppo. Invece eccomi, qualche giorno dopo, ad arrancare dietro l’agente immobiliare, per 4 piani di scale, sulle decollété che indossavo allora per cullarmi nell’illusione che il mio impiego fosse in realtà una carriera (dress for the job you want, ecc ecc).
Dopo svariati giri di svariate chiavi, la vecchia porta blindata si aprì su una casa in condizioni abbastanza disperate, ma bellissima. Le porte a due ante, la doppia esposizione, la luce morbida di quella sera di primavera, il treno che passava nel silenzio. Niente, ero ufficialmente innamorata. Già vedevo ombre di bimbi futuri correre in giro tra le mura giallo chiaro, e immaginavo le gatte tendersi agguati tra le stanze. In fondo in fondo sono una femmina romantica.
Il 30 luglio firmai il contratto di compravendita e la stipula di un mutuo di 35 anni. Il 23 gennaio dell’anno successivo, finita la luuuunga ristrutturazione, passammo qui la prima notte, cenando con le vaschette di sushi da asporto appoggiate sui cartoni.
Da allora, e più di ogni altro appartamento in cui io abbia vissuto dopo quella dell’infanzia, questa è casa.
È stata casa quando rientravamo dalla brasserie nei primi tempi, e ci stupivamo, in quelle sere estive, di sentire i grilli salutarci e il profumo del caprifoglio. È stata casa ogni singola sera in cui, dopo l’ufficio e un’ora di autobus, aprivo il portoncino e affrontavo, sempre più velocemente, i fatidici quattro piani senza ascensore. È stata casa di bagni serali a lume di candela, di film e telefilm guardati fino a notte fonda, di cenette squisite preparate con amore, di colazioni nel weekend con i croissant delle pasticcerie della zona. È stata casa al ritorno da viaggi lunghi o brevi, la mattina che ho fatto il test di gravidanza, il lungo mese a letto all’inizio e gli ultimi tempi in cui le scale erano un po’ faticose. È stata casa varcando la soglia con Davide per la prima volta, minuscolo e dormiente tra le mie braccia inesperte.
A fine trasloco, nel 2011, ho guardato Andrea e ci siamo detti: basta spostamenti. “Io, in questo appartamento, ci voglio invecchiare e morire”.

E invece. Invece eccoci qui, di nuovo a fare la cernita dei vestiti, a decidere cosa tenere e cosa dar via, cosa portare e cosa resta. Solo che questa volta non si tratta di cambiare indirizzo, e nemmeno nazione: questa volta si cambia continente. Dopo le doverose trafile per il visto, dal 22 settembre vivremo negli Stati Uniti. Com’è strana la vita: la maggior parte dei libri che ho letto in gravidanza e successivamente sono americani, quindi, quando arrivavo a capitoli su come scegliere il pediatra o simili, li saltavo a piè pari, pensando che non mi sarebbero mai serviti. Mi sa che è giunta l’ora di sfogliarli di nuovo.
Il salto sarà lungo. Ci aspettano tante cose allo stesso tempo famigliari e sconosciute. Tanta natura, spazi grandi, un popolo che finora ci siamo limitati a osservare attentamente e con curiosità. Io penso che andrà tutto bene; ma se voi che passate di qua incrocerete le dita per noi, ecco, non mi offenderò!