[Elenchi] Cinque “cose dell’altro mondo” che non riusciamo a smettere di mangiare

Prima di partire per gli Stati Uniti, più di una volta è capitato che ci sentissimo dire: “Allora d’ora in poi farete la dieta americana! Piena di schifezze, mangerete solo hamburger e patatine!”
Nonostante sapessimo bene che quest’area è ottima, invece, per gli amanti della buona tavola, devo ammettere che pensavamo sarebbe stato più arduo trovare, ad esempio, una buona pasta o la passata di pomodoro. Invece siamo in California da più di cinque mesi ormai, e abbiamo capito una cosa: in questo bellissimo stato, col suo clima così particolare e la sua popolazione così internazionale, volendo è possibile mangiare esattamente come in Italia.
Però…parliamoci chiaro: ma che senso ha trasferirsi mezzo globo più in là e continuare a replicare all’infinito la cucina di casa propria? Non so se ve l’abbiamo raccontato ma, quando prepariamo i nostri viaggi, Andrea ed io stiliamo accurati elenchi dei luoghi dove mangiare, setacciando la rete alla ricerca delle specialità locali e dei posti migliori dove provarle. E ora che viviamo all’estero siamo felici e curiosi di vedere come e cosa si mangia qui, e tuttora ci aggiriamo con gli occhi spalancati al supermercato e ai farmer’s market. Viva le contaminazioni!
Per brevità ho scelto di ricorrere al “solito” elenco da cinque, anche se ovviamente ci sarebbe molto di più da raccontare.

5) Al food truck di cucina messicana del mercato domenicale, una delle prime cose che ho assaggiato mesi fa è stata l’horchata: una bevanda a base di riso tritato e lasciato in infusione in acqua con spezie varie. Colpo di fulmine. Ne berrei a litri ogni giorno! Con l’orzata italiana condivide solo il nome. L’horchata de arroz fa parte di quelle che in Messico e centroamerica si chiamano aguas frescas: bibite analcoliche molto rinfrescanti, ideali per combattere l’arsura.
4) Yam. In Italia le batate, o patate dolci, sono decisamente poco diffuse, se non nei negozi etnici. Ed è un peccato, perché questo tubero è buonissimo e versatile, oltre a possedere interessanti qualità salutari. Quest’inverno abbiamo preparato diverse volte una fantastica vellutata di yam e recentemente abbiamo scoperto che ci si possono fare anche ottime frittelle o semplicemente passarle al forno con olio e rosmarino.
3) O si ama o si odia, e noi lo amiamo: è il burro d’arachidi. Punto fisso delle merende dei bambini americani nel cosiddetto PBJ (peanut butter and jelly sandwich), consumiamo questa pasta spalmabile, bisunta e gustosa in quantità decisamente più moderata. Soprattutto lo maciniamo al momento, a partire da arachidi bio e non GMO verified, perché ovviamente in caso contrario è quasi certo che si vada incontro ad alimenti con ingredienti che in Italia non esistono o sono fuorilegge. Questo vale un po’ per molti aspetti dell’alimentazione, ma l’argomento è ampio e merita un post dedicato.
2) Io non bevo alcolici. Ogni tanto mi concedo una cola, ma, allattando, non è il massimo della vita, senza contare che il colorante caramello che viene utilizzato fa un po’ male. Qui invece ho scoperto la cosiddetta ginger beer, simile ma non molto ai nostri “gingerini”. In particolare, ho scovato una marca che abbonda con lo zenzero (quindi la bibita è bella piccantina come piace a me) ma non con gli additivi schifosi. Certo, si tratta sempre di una bibita zuccherata e gasata, quindi cerco di non abusarne, ma una volta ogni tanto una bella ginger beer gelata è proprio una soddisfazione!
1) Se seguite qualche serie tv americana avrete sicuramente visto sulle tavole dei protagonisti le bottiglie di una salsa dal nome complicato: Sriracha. Conosciuta anche come Rooster sauce per via del gallo che campeggia sul flacone, è un condimento di origine thailandese. La versione americana è (pare) più piccante dell’originale, al punto che la municipalità californiana in cui risiede la fabbrica ha portato in tribunale l’azienda produttrice, a seguito delle numerosissime lamentele relative a problemi respiratori e agli occhi da parte dei cittadini. Il processo è atteso per novembre di quest’anno; nel frattempo, anche in questo caso, ci orientiamo su versioni domestiche o prodotte in piccole quantità e con ingredienti per quanto possibile bio.

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[Elenchi] Cinque peccati (ambientali) di una mamma “crunchy”

Chiamala crunchy, granola, hippie…In italiano è la mamma fricchettona, ovvero quella mamma che fa scelte un po’ diverse dalla media e ricade così in questo grande calderone.
Il livello a cui si diventa un genitore “peace and love” infatti può variare molto, non solo a seconda delle pratiche che si decide di adottare, ma anche di chi valuta: in Italia spesso basta allattare al seno per più di sei mesi e usare le fasce portabebè per esser guardate come se si arrivasse dall’Africa nera, mentre qui in California, patria putativa dei fricchettoni, ci si qualifica a livelli decisamente superiori.
Su questo argomento, per chi mastica l’inglese, ecco il link a un divertente post  del blog Parenting: illustrated with crappy pictures.
Nonostante io mi rispecchi decisamente in queste descrizioni e cerchi sempre di trovare la strada più sostenibile, ci sono alcune cose a cui non sono (ancora?) riuscita a rinunciare e che mi rendono decisamente mainstream e poco ecologica.

5) Nonostante in California non sia affatto indispensabile, possiedo, e uso più volte a settimana, un’asciugatrice. Dopo una vita di stendini in ingressi e corridoi, non riesco proprio a fare a meno del piccolo miracolo di avere panni lavati e asciutti nella stessa giornata.

4) Visto che ho l’asciugatrice, voi altre mamme fricchettone direte: beh, certo, coi lavabili… E invece no. Nonostante i buoni propositi iniziali, utilizziamo pannolini usa e getta. Le mamas di qui li chiamano “sposies”, da disposable diapers, una contrazione a metà tra il carino e il disgustato.

3) Un male necessario, ma che mi fa comunque sentire un po’ in colpa è aver bisogno di due auto in famiglia. A Milano ne avevamo solo una, che usavamo pochissimo. Qui, purtroppo, i mezzi pubblici non consentono gli spostamenti agili della cara vecchia ATM . A onor del vero, una delle due macchine è ibrida, but still.

2)  Davide è, a tavola, in una fase newtoniana: il cibo è più interessante per esperimenti relativi alla gravità piuttosto che da mangiare. E, a fine pasto, io non ce la faccio proprio a usare il cencio di tessuto e scrollarlo ogni volta in pattumiera o lavandino. Ci metto mezz’ora. Quindi uso quotidianamente una quantità vergognosa di carta da casa: in due minuti tiro su e butto tutto, sentendomi al contempo una cacca verso gli alberi, le risorse, gli animali, gli ecosistemi (anche se ovviamente si parla di carta riciclata).

1) Quando c’è la De Cecco in offerta, non c’è pasta integrale/di farro/ di quinoa/ di grani antichi sacri e colti in una notte di luna piena che tenga: ci presentiamo alle casse di wholefoods col carrello colmo di scatole blu e lo sguardo allucinato del tossicodipendente.

E voi? Quali sono le vostre abitudini non proprio eco-friendly a cui però non riuscite a rinunciare?

NB: Di palo in frasca, un saluto agli amici del radio show L’Italia chiamò: avrei dovuto essere in collegamento con loro oggi, ma Davide è decisamente troppo vivace per una diretta radiofonica! Seguiteli, però, perché son proprio simpatici.