Ennesimo post sdolcinato di una mamma che guarda il suo figlio unico ancora per poco e non sa cosa aspettarsi dal futuro

Bimbo, che quando ti chiamo piccino mi guardi con sdegno e ribatti “gran-do-ne!”, che in effetti a guardarti mentre dormi non mi capacito di come tu sia riuscito a stare, in un’altra vita, dentro a questa pancia che ora ospita tua sorella. Mio bimbo incredibilmente battagliero e deciso, sin dalle tue prime settimane, così mammadipendente per tanto tempo e all’improvviso così autonomo che quasi (quasi!) le mie braccia iniziano a dimenticare il tuo peso. Tra una manciata di settimane diventerai a tutti gli effetti fratello maggiore, e dovremo fare i conti con cambiamenti che ancora non riusciamo a immaginare.
Ti guardo e mi chiedo come sarà tornare a occuparsi di un neonato, di una bambina “piccola che non sa parlare” come dici tu, che non sa rispondermi per le rime, chiamarmi trenta volte al minuto e farmi quattrocento domande al giorno (“cos’è? a cosa serve? come funziona?”), lottare anche fisicamente per non andare a dormire, mangiare con le mani la forchetta il cucchiaio o qualunque strumento sia a disposizione, prendermi per mano per aiutarmi perché  “è troppo difficile” un passaggio del sentiero e poi correre a far la spesa con la nonna senza nemmeno salutarmi.
Come tante mamme che diventano mamme di nuovo, mi chiedo come potrò voler bene a qualcun altro quanto ne voglio a te, che mi hai ribaltato la vita in tanti modi. Sei il primo bimbo, ogni esperienza con te è nuova anche per noi e, come direbbero i Subsonica, sei “tutti i miei sbagli”. The only way out is through: la strada si farà percorrendola, sperando come sempre di non fare troppi errori e chiedendo scusa quando non sarà possibile evitarli. È difficile essere primogeniti, lo so, ma spero che, col tempo, la gioia di diventare una famiglia a quattro compensi un po’ gli scombussolamenti di questo grande cambiamento.

Processed with VSCOcam with c1 preset

Advertisements

Sei un italiano in Silicon Valley se…

A quanto pare stiamo proprio per lasciare questa zona, ma di ciò parleremo più avanti. Un anno e mezzo è tanto ed è poco, ma permette di farsi una benché ristretta idea sulla vita della Valle, soprattutto su quella dei propri connazionali, e di poterci far su due risate. Vediamo se qualcuno si riconosce e se qualcun altro ha qualcosa da aggiungere a questo breve elenco 🙂
Sei un italiano in Silicon Valley se… quando non sei certo del significato di un cartello leggi la versione in spagnolo.
… il tuo accento è stato scambiato almeno una volta per brasiliano, russo o israeliano, a seconda dei tuoi colori, lineamenti e stile di abbigliamento.
… quando hai nostalgia di casa fai colazione da Rocco e vai a cena da Maico.
… vai da World Market a comprare la passata di pomodoro Mutti perché tutte quelle locali sono troppo acide.
… senti in continuazione la frase “oh Italy! My grandfather was from…” seguita dal nome di un oscuro paesino che ovviamente non hai idea di dove si trovi nel 90% dei casi.
… tuo figlio impara prima a usare le bacchette per mangiare pho e sushi che la forchetta per arrotolare gli spaghetti.
… quando senti qualcuno lamentarsi del mercato immobiliare di Milano o Roma non riesci a reprimere un sorriso.
… se parli con un altro italiano, sono San José e Santa Clara, ma per farti capire dai locali hai imparato a dire Sanosey e Sènaclèra
… ancora ti stupisci della biblica pazienza dei californiani al volante, anche in contesti in cui il tuo milanese imbruttito interiore avrebbe già pigiato il clacson quelle 600 volte
… le uniche monete che trovi in borsa o in fondo alle tasche sono gli euro dell’ultima vacanza in patria
… hai rinunciato a trovare una mozzarella decente, ma ciò non toglie che se trovi un nuovo produttore al farmers market *devi* provarla. E rimanerci ovviamente male.
… tornare in Italia una volta l’anno ti costa cifre folli, ma lo fai comunque, per poi lamentarti degli italiani quando sei lì e della siccità quando sei qui.

image

There’s a bun in the oven (parte III)

Tra un mesetto torneremo a Milano, in modo da poter essere lì per quando la bimba verrà al mondo. Viaggeremo quando avrò raggiunto le 30 settimane di gravidanza, più o meno sul limite di quanto le compagnie aeree accettino per un viaggio “con panza”. Nel frattempo c’è molto da organizzare, quindi siamo abbastanza impegnati, anche se finalmente il tempo sembra essersi messo per il bello, quindi spesso e volentieri nel tempo libero siamo fuori casa.
Oggi vorrei però affrontare un tema che pare molto sentito: il parto negli Stati Uniti, o meglio gli aspetti economici più o meno comuni di quest’esperienza. Parliamo di una nazione enorme, con differenze abissali di stili di vita e di benessere socioeconomico; ancor più che in Italia, avere un bambino in America può significare vivere esperienze incredibilmente diverse tra loro a seconda di dove ci si trova.
Facendo un passo indietro, quando aspettavamo Davide, la nostra intenzione era quella di farlo nascere in Casa di Maternità a Milano. Essendo interessata a un parto naturale, mi ero “preparata” (le virgolette sono perché nulla ti prepara davvero) leggendo quelli che sono i sacri testi del parto rispettoso: Michel Odent, Ina May Gaskin, Henci Goer, Penny Simkin. Mi ero guardata anche i documentari reperibili online, tra cui The Business Of Being Born, e tra le cose che mi avevano colpito maggiormente c’era un fatto: il parto extraospedaliero sembrava molto più diffuso che in Italia, se non come scelta diretta almeno come opzione da considerare.
Dato che i tassi di parti operativi e cesarei sono ohimé molto simili tra le due nazioni (per questi ultimi l’OMS raccomanda un tetto del 15%, Italia e USA si assestano su un piuttosto vergognoso 35%), non mi spiegavo questa differenza. Anzi, in Italia il parto in casa è una cosa “da ricchi”, dato che pochissime regioni passano un rimborso e le ostetriche si pagano di tasca propria, mentre in USA sembrava proprio una cosa da persone un po’ alternative ma di certo non danarose. Certo, negli USA la sanità è privata, ma non ci sono le assicurazioni? Guardandomi un po’ in giro credo di aver ora le idee un po’ più chiare in merito.
Ricordate il concetto di copay di cui vi parlavo nello scorso post? Si tratta di una specie di ticket che si paga a visita o prestazione, a seconda della tipologia di assicurazione che si è stipulata. Ho fatto un esperimento: ho chiesto a un gruppo di mamme americane su Facebook quanto avessero speso per il loro parto. Ho ricevuto una cinquantina di risposte, e in linea di massima è emerso quanto segue:
– Le uniche persone  che non hanno pagato nulla di tasca propria erano due mamme con un’assicurazione specifica per le famiglie di militari, più una mamma coperta da Medicaid, ovvero in soldoni dall’assistenza sociale (famiglie indigenti: la povertà è una piaga tremenda negli Stati Uniti).
– Esistono differenze notevoli a livello geografico e tra una struttura e l’altra: una mamma in Florida ha pagato 300 dollari di copay, un’altra in California 17000 dollari.
– Almeno la metà delle mamme che hanno partorito in casa ha ricevuto un rimborso (anche se a volte sotto la metà della cifra) per le spese sostenute, che comunque si aggirano in media sui 3500 dollari.
Ora, dando per scontato che cinquanta persone non sono un campione significativo e che questa non è una statistica, mi è certamente più chiaro quanto segue: se in partenza sono interessata a partorire fuori da un ospedale, se devo comunque sborsare una determinata cifra, se magari vivo in una di quelle aree che fanno sì che gli Stati Uniti abbiano tassi di mortalità perinatale quasi da Terzo Mondo  e infine  se la cifra per partorire in ospedale si avvicina a quella di un parto in casa, la scelta è (perdonate il gioco di parole) naturale.
Ok, abbiamo parlato del costo del parto in casa, che come dicevamo sopra è abbastanza variabile, ma in media si aggira sui 3500 dollari. E se una mamma che non è coperta da alcun tipo di assicurazione volesse partorire in ospedale, quanto andrebbe a spendere? Mi sono posta questa domanda perché a quanto pare leggendo le statistiche (come raccontavo in un post precedente) è una curiosità diffusa tra chi approda su queste pagine.
Si tratta però di una stima piuttosto complessa da fare, anche per chi conosce bene l’inglese e le varie opzioni possibili (qui un articolo del New York Times parla dell’argomento). A complicare le cose c’è il fatto che le assicurazioni pagano un prezzo più vantaggioso del privato per qualunque procedura medica, per cui un parto pagato in copay e uno pagato completamente di tasca propria possono avere differenze di prezzo anche notevoli. Ad ogni modo, stando a CNBC che riporta i dati di Truven Health Analytics, negli ultimi quindici anni il costo medio di un parto ospedaliero senza complicazioni è cresciuto da circa 5000 dollari a circa 9200. Per un cesareo i costi sono di circa 14000 dollari. Queste somme coprono solo ed esclusivamente il parto in sé, escludendo quindi tutte le visite e analisi precedenti, le cure pediatriche e i controlli di routine e la permanenza nella struttura ospedaliera, cose che si danno per scontate e che vengono ovviamente fornite di default, ma che non sono “comprese nel prezzo”, come evidenziano le esperienze riportate dall’articolo.
In conclusione? Partorire negli Stati Uniti senza assicurazione è certamente possibile. Basta essere ricchi 🙂

There’s a bun in the oven… (parte II)

laptop and stethoscope
Nel post precedente ho parlato di come stiamo vivendo, dal punto di vista della sanità e dell’assistenza alla persona, la nuova gravidanza a stelle e strisce. Ora voglio invece provare a fare un riassunto degli aspetti finanziari di questa situazione, anche perché mi sono accorta dalle statistiche che moltissime persone arrivano su questo blog proprio cercando informazioni sui costi relativi a un parto negli USA. Nel dettaglio, mi sembra di capire che c’è chi si chiede se sia possibile partorire negli Stati Uniti senza assicurazione. Ma andiamo con ordine…o almeno, proviamoci.
Volevo fare una veloce premessa sulla nostra assicurazione per meglio far comprendere il quadro generale in cui ci muoviamo, ma scrivendo mi sono accorta che è praticamente impossibile restare sul breve, quindi questo post sarà dedicato solo a portare la nostra specifica situazione come esempio.
Dunque, cerchiamo di partire dal principio: all’inizio del rapporto di lavoro e ogni anno, l’azienda di Andrea propone tre possibilità di copertura assicurativa.
La prima è un’unica struttura ospedaliera che dispone di tutte le specializzazioni, e che fisicamente risiede in una serie di complessi all’interno dei quali si trova tutto, dai laboratori agli studi clinici alla farmacia.
La seconda e la terza sono due coperture più “classiche”, ovvero una EPO (exclusive provider organization) e una PPO (preferred provider organization). La differenza tra le due è la seguente: con una EPO ti viene fornita una lista di specialisti che accettano la tua assicurazione e puoi rivolgerti solo a loro, mentre con una PPO (la soluzione scelta da noi) è possibile, oltre alla lista, scegliere altri medici, ovviamente pagando un premio più alto e correndo comunque il rischio che l’assicurazione non rimborsi la prestazione (di solito comunque chi fissa l’appuntamento chiede i dati assicurativi e provvede a informarti della percentuale di copertura prevista per il tuo piano).
Essendo l’azienda per cui lavora Andrea piuttosto grande e tecnologica, si avvale di un provider assicurativo per la gestione delle pratiche e della burocrazia, ma è in realtà il datore di lavoro stesso a pagare le effettive spese mediche di mese in mese, secondo una formula chiamata “self funded healthcare”.
L’azienda paga quindi tutto il premio assicurativo di Andrea, mentre per noi in quanto famigliari c’è una trattenuta dal suo stipendio che si aggira sui 280 dollari mensili.
Il totale che viene esposto dal datore di lavoro come spese assicurative per la famiglia è di circa 20000 dollari l’anno: si può dire che, a grandi linee, le trattenute sullo stipendio relative alla salute si aggirano sul 10/15% della cifra (questo, ovviamente, oltre alle tasse al governo federale e allo stato della California).
Oltre a queste spese esiste il cosiddetto copay, ovvero una specie di ticket che si paga ad ogni visita. Se quest’ultima è erogata all’interno del network assicurativo (la lista di provider di cui sopra), il copay è di 10 dollari a visita, pagabili subito o successivamente, con assegno inviato via posta o sul sito web dell’assicurazione; per quanto riguarda i provider fuori dal network, esiste una cifra fissa non rimborsabile da raggiungere, nel nostro caso 1000 dollari: una volta raggiunta tale cifra, dalle visite successive l’assicurazione copre il 70% delle spese. In questo caso, ovvero se si va out of network, bisogna pagare di tasca propria e poi provvedere a spedire la ricevuta del medico alla compagnia assicurativa, che in cambio invia per posta un assegno di rimborso, ove previsto.
Se invece si parla di analisi e via discorrendo, il copay è il 10% della cifra.
In tutto questo si inserisce il cosiddetto flexible spend account (FSA), che è una specie di piano di agevolazione fiscale: all’inizio dell’anno si può indicare una cifra da accantonare sulla quale non si pagheranno le tasse. Tale cifra potrà essere impiegata solo per spese mediche e solo per l’anno solare in corso: a dicembre quanto avanza è perso. Per consumare questi soldi arriva a casa una carta di credito apposita che si userà per i pagamenti.
Tutto chiaro fin qui, vero? 😀
Nel prossimo post cercherò di spiegare con qualche esempio il funzionamento del sistema,e nel concreto quali sono le spese sostenute sia dall’assicurazione sia da noi per le più classiche prestazioni relative a una gravidanza fisiologica.

There’s a bun in the oven… (parte I)

There’s a bun in the oven… (parte I)

Come ormai credo tutti i nostri tre lettori sanno, siamo nuovamente in dolce attesa.
Se Dio vuole, una bimba arriverà tra noi a fine agosto; la circostanze hanno fatto quindi in modo che ci tornassimo a incontrare e scontrare col sistema sanitario americano.
Com’è essere incinta negli Stati Uniti, dal punto di vista di chi ha già avuto un bambino in Italia?
Non sono la prima tra le mie amicizie a vivere questa esperienza. Come sempre, c’è chi vi dirà che è fantastico e molto rasicurante e c’è chi invece non si trova così bene. Io sono più o meno a metà gravidanza, quindi la mia impressione è, per forza di cose, parziale e tutta concentrata sull’aspetto dell’attesa. Molto dipende anche dall’approccio alla maternità che si è seguito in Italia: per quanto mi riguarda, la prima volta è stata praticamente a costo zero, in quanto mi sono avvalsa degli ottimi servizi del nostro Sistema Sanitario Nazionale: la mia ginecologa operava in consultorio e, a parte un piccolo problema iniziale che ha richiesto qualche ecografia extra, mi sono bastate e avanzate le tre che prevede appunto il SSN. La mia gravidanza è stata tranquilla e non ho mai sentito l’esigenza di affidarmi a specialisti privati.
Negli Stati Uniti quest’opzione è semplicemente inesistente, in quanto tutta la sanità è operata da privati attraverso il sistema assicurativo. Esistono sussidi e assistenza ai meno abbienti, e anche opere caritatevoli che pagano per chi non si può permettere altro, ma la nostra condizione di expat ci fornisce (grazie a Dio) un posto di lavoro con copertura assicurativa, quindi abbiamo, come si dice a Oxford, il sedere parato.
Ho scelto il primo ginecologo disponibile nel circuito ospedaliero del mio medico di base. In teoria, quando si sceglie un medico per la gravidanza, e durante il primo incontro lui o lei pronuncerà la fatidica frase “I will be your doctor”, significa che si andrà a partorire nella struttura in cui questa persona opera e con cui è convenzionata. Per questo motivo, a una determinata settimana di gravidanza si inizia la trafila per la preammissione, con formulari da compilare e via discorrendo. Noi abbiamo però deciso, per motivi che saranno oggetto di un post dedicato, di tornare in Italia per il parto, quindi questa regola ovviamente non si applicherà.
Le visite avvengono per ora a cadenza mensile, sempre col classico iter americano: arrivo in ospedale, accoglienza della nurse del dottore che misura pressione e peso, attesa del luminare, breve chiacchierata sui temi della fase della gravidanza in cui sono, “tante care cose e prenda un appuntamento tra altre quattro settimane in reception”, e infine discesa nel seminterrato per il prelievo del sangue di rito.
Questa è una delle cose positive della sanità locale: la praticità di effettuare le analisi appena vengono prescritte. In più, nel giro di un pomeriggio, ho potuto visualizzare l’esito su un’app dedicata sul mio telefono. Però, da quel che mi raccontano amiche che vivono in altri stati, non sempre è così, e a volte dopo le analisi si riceve un generico “tutto bene” invece dei valori veri e propri.
Un altro vantaggio, se così si può chiamare, è il fatto che struttura privata = spazi curati, receptionist gentili, ambienti puliti e medici che ti trattano coi guanti. In Italia siamo più o meno abituate a essere cazziate dai ginecologi, e maltrattate dalle infermiere, soprattutto della mutua; qui non se lo sognerebbero nemmeno, anzi, per paura che tu possa far causa stanno molto attenti a misurare ogni parola e ogni ipotesi. Anche per questo motivo, se sei provvisto di una buona assicurazione, ti viene fornita un’ampia scelta di analisi prenatali all’avanguardia, approfonditamente spiegate da un genetista che ti fa un ripassino delle lezioni di biologia del liceo, con slides sui cromosomi e via discorrendo. Il tutto rimane su binari molto molto professionali, cortesi ed educati, ma ogni volta mi resta la percezione di essere poco più di un nome e un numero. Sinceramente questa sensazione non mi entusiasma: preferivo di gran lunga la squallidissima sala d’attesa del consultorio e la mia brusca, ma schietta, dottoressa a questa cortesia e questo camminare sulle uova per non sbilanciarsi troppo. Il cliente, si sa, ha sempre ragione, e qui si è clienti oltre (o forse prima ancora) che pazienti, quindi nessuno ti contraria per nessun motivo; personalmente, ho dei dubbi su quanto sia “sano” questo atteggiamento. Non è meglio un medico che ti sgrida se stai facendo quella che pensa essere una cavolata, piuttosto che uno che ti porge soavemente una serie di opuscoli e sottolinea che “it’s completely up to you”? Per carità, non voglio dire che il livello del servizio non sia eccellente, soprattutto in Silicon Valley, ma quando poi arriva a casa l’elenco delle spese sostenute dall’assicurazione la domanda sorge spontanea: sarebbero altrettanto gentili se non percepissero questi bei dollaroni?
La domanda è destinata a rimanere senza risposta: paradossalmente, se non avessi una copertura assicurativa, pagherei molto di più (e pagherei tutto io) per gli stessi identici servizi. Questo, ovviamente, oltre al copay, ovvero una specie di equivalente del nostro ticket,che si paga quindi di tasca propria in percentuale al costo totale del servizio.
Ma la parte fiscale, probabilmente la più intricata di tutta la faccenda e la più “da brivido lungo la schiena”, è talmente complessa che merita un post a sé stante.

Oh mamma, mi hanno intervistata!

Poco più di una decina di anni fa, in qualità di appassionata di body modification, bazzicavo un sito che (purtroppo) non esiste più: PiercingTribe. Si disquisiva di piercing, scarring, tatuaggi e amenità assortite, ma non solo: nello scambiarsi consigli su questo o quell’artista si creavano legami e amicizie, si organizzavano incontri e cene, addirittura grazie a PT sono nati bimbi e alla fine ci si è più o meno tenuti in contatto.
Tra le persone che avevo conosciuto dal vivo c’era Debora. Probabilmente, se ci avessero comunicato all’epoca che saremmo entrambe finite a fare le mamme all’estero, ci saremmo fatte delle grasse risate. E invece è andata proprio così. Non solo: Debora conduce, con altre due ragazze (Laura e Maddalena), un bel programma radiofonico su web, Italiane con la valigia. Qualche settimana fa abbiamo registrato una chiachierata a proposito di cosa significhi cambiare continente e arrivare su suolo americano. Se avete voglia di ascoltarla, eccola qua:

L’altra stagione (un veloce aggiornamento)

Non siamo svaniti nel nulla cosmico, sappiatelo: è successo semplicemente che l’estate è finita. Dopo mesi di riti propiziatori e preghiere, la pioggia è arrivata sul nord della California, insieme al freddo dell’altra stagione: non è inverno, per noi che siamo abituati a piumini e cappotti, e non è nemmeno autunno, perché siamo a dicembre.
Va comunque precisato che, anche se noi non percepiamo un freddo eccessivo, i nostri concittadini che arrivano forse da zone più calde del globo indossano giacche pesanti già da mesi, e in particolare da settembre al playground si vedono certi bimbi intabarrati che nemmeno al Polo Sud. Poi dicono che sono le mamme italiane quelle fissate col freddo!
Due cose però accomunano il dicembre californiano e quello milanese, e la prima è che le giornate sono sempre più corte. Quando arriva il buio, e magari piove, bisogna inventarsi sempre nuove tecniche per intrattenere il quasi duenne, le cui energie sono praticamente inesauribili. E quindi via a balli, capriole, preparazione di biscotti, disegni (quando ne ha voglia) e infine passeggiate a trovare le papere nel vicino laghetto.
Il secondo minimo comun denominatore con l’autunno/inverno meneghino è costituito (ohimé) dai malanni di stagione, coadiuvati dal fatto che ormai Davide è un bimbo socievole e sociale e che frequenta altri bambini. Il guaio è che, come tutti i genitori sanno, con un pargolo malaticcio si attiva il malefico “effetto untore”, per cui, quando il malanno entra tra le mura domestiche, si può star praticamente certi che lo passeranno, prima o poi, anche mamma e papà. La chiave è fare il possibile per avere almeno uno dei due adulti in forma in ogni momento: per ora ce l’abbiamo fatta, per il resto della stagione lo sa Dio. Non ci resta che mangiar sano, stare all’aperto e lavarci bene le mani per aiutare il sistema immunitario…e attendere i nostri ospiti che arriveranno ad allietare la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo.
A presto!
image