Biutiful cauntri

Che fatica riabituarsi a essere in patria. Credevo che mi sarei portata dietro i miei cambiamenti, e invece, non senza difficoltà e riluttanza, son tornata in pochi giorni la Marta milanese. Impossibile fare altrimenti, del resto. Grazie a Dio ora non siamo più in città, ma come mi manca quella vita americana che vista da qui non sembra nemmeno reale!
Mi manca il profumo dell’aria: polvere e alloro, e sabbia umida all’ombra.
Mi manca l’assenza di sospetto nello sguardo del prossimo.
Mi mancano gli spazi ampi e quel cielo assoluto che, appena arrivati a ottobre, mi opprimeva come se fosse stato di piombo.
Mi manca la mia famiglia unita: anche in questo ambito, quando devi costruire da zero, hai l’opportunità di fare come meglio credi, ed è una gran cosa.
Mi manca sensazione del prato antistante casa sotto le piante dei piedi. Mi manca l’uniforme della mamma californiana: bambino in fascia o marsupio e gonna lunga fino ai piedi. Qui se ti vesti così ti guardano male perché pensano che tu sia una zingara, venuta a derubarli di cosa poi.
Mi manca parlare con persone che non sanno chi sia Berlusconi e per cui essere italiani è figo e non una vergogna (è possibile in Europa?).
Mi manca il sapore delle fragole, delle albicocche, le cento varietà di pomodori. I farmers market.
Ma allora…Qui in Italia non mi va bene proprio niente? Ovviamente non è così, ma ne parleremo più avanti. Nel frattempo vi saluto brindando con un bicchiere di acqua del rubinetto che NON sa di chimicaglia…

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Hidden Villa

Mesdames et Messieurs, nous allons commencer notre descente vers Milano Linate

Il ronzio del motore mi ha cullata in un breve sonno dopo il decollo da Parigi, ma ora son sveglia. Apro gli occhi e guardo fuori dal finestrino: abbiamo appena passato le Alpi. Lo spettacolo delle cime innevate lascia spazio alla mia meravigliosa pianura. Un quadro di Klimt sui toni del verde, disseminato di agglomerati di case collegati tra loro da lunghe strade diritte. Quanto è diverso il paesaggio lombardo da quello della Baia, soprattutto in questa stagione! Ed ecco in lontananza la mia città, coi suoi nuovi grattacieli e le sue periferie conosciute. Sorrido come una deficiente per tutto il tempo dell’atterraggio e per un po’ dimentico le due ore di sonno, i muscoli indolenziti dai sedili, la fatica di un volo così lungo con un bambino così piccolo, la distanza dal mio amore.
Sono a casa.

Let’s go!

Tra una manciata di ore Davide ed io affronteremo il nostro viaggio in aereo verso un’estate italiana. Andrea ci raggiungerà più avanti. Il volo sarà molto impegnativo, lo so, ma so anche che supereremo questa prova in maniera brillante.
Ho provato a più riprese a scrivere un post riflessivo su come sono cambiata in questi nove mesi californiani e su come troverò cambiata anche la mia città. Ma alla fine non ne è venuto fuori nulla di decente, perciò ho deciso di raccontarvi brevemente cosa mi mancherà, in Italia, di quel che lascio qui per qualche tempo.
Innanzitutto mi mancherà il clima spettacolare, caldo asciutto di giorno e fresco la sera e la notte. Le estati milanesi sanno essere impietose; grazie a Dio staremo poco in città.
Mi mancherà la quasi totale assenza di zanzare (certo, poi quelle che ci sono rischi che ti attacchino il virus del Nilo occidentale, ma non si può avere tutto dalla vita, no? :D)
Mi mancheranno la frutta e la verdura eccezionali di questa terra: avocados à gogo, fragole dolcissime, albicocche di mille varietà, meloni, cilantro, cetrioli… È tutto più buono.
Mi mancheranno le strade larghe della Peninsula, le corsie per svoltare a sinistra, la svolta a destra col rosso, i semafori (abbastanza) intelligenti e le auto col cambio automatico.
Mi mancherà poi qualcosa che mai avrei pensato: la gentilezza delle persone, il sorriso di chi incontri nella vita quotidiana. Appena arrivato dall’Italia tutto questo buonumore ti sembra un filo sospetto, poi ci fai l’abitudine e alla fine ti chiedi perché non si sorrida più spesso dappertutto.
Mi mancheranno le mie amiche mamme e i loro bimbi, trovarsi al parco giochi o mangiare un boccone assieme mentre cerchiamo di tenere a bada i nostri scatenati eredi.
Ma soprattutto ovviamente mi mancherà Andrea, per tutti i giorni che saremo lontani. Lui è l’unico motivo per cui una parte di me spera che il tempo voli, in modo da riabbracciarci presto e goderci un po’ di vacanza tutti assieme.

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Italiano pizza spaghetti mandolino…? Quasi

Come vien visto un italiano dagli abitanti della Silicon Valley? Una cosa che ha accomunato tutte le mie amiche americane quando ci siamo conosciute, è stata lo stupore, riguardo al fatto che qualcuno voglia lasciare l’Italia per venire a vivere negli Stati Uniti. Tutte mi hanno chiesto il perché di questa scelta, visto che siamo nati nel paese in cui i loro connazionali ambiscono ad andare in vacanza e che loro stesse spesso hanno visitato in prima persona. Quando spieghi loro che l’Italia è un paese praticamente in rovina, le persone restano sorprese o comunque non immaginano fino a che punto la situazione italiana sia pessima.
Più in generale ho l’impressione che l’Europa, vista da qui, sembri un’entità molto più semplice e vaga di quanto non sia in realtà. Ma del resto anche in Italia spesso “l’America” è una specie di monolite a stelle e strisce fatto di hamburger, coca cola, pistole e via discorrendo.
Apriamo e chiudiamo immediatamente la triste parentesi cibo, per cui la cucina italiana viene dai più confusa con quella italoamericana. Sto cercando di debellare questo mito a colpi di inviti a pranzo, perché non posso tollerare che le mie amiche pensino che un pasto italiano sia anche lontanamente simile a quanto si trova da Olive Garden e analoghi postacci, che pullulano, ohimé, a ogni angolo.
Un altro argomento è il tempo atmosferico: per un americano l’Italia è un posto dove splende sempre il sole ovunque, e anche qui suscita stupore quando racconto che in realtà a Milano d’inverno nevica, si gela per gran parte dell’autunno e della primavera, e in estate il caldo è fin troppo.
Ho però scoperto una cosa: il fatto di venire da Milano mi dona un grande vantaggio, ovvero quello di esser considerata una persona innatamente elegante e chic. Chi mi conosce dal vivo potrà rendersi conto da solo di quanto sia ridicola questa faccenda. Non ho però ancora avuto cuore di rivelare alle mie amiche che il milanese è spesso molto cafone e buzzurro anche se magari è griffato dalla testa ai piedi. Mi piace l’idea di essere considerata una persona elegante, almeno una volta nella vita, anche senza meriti veri e propri!

Andiamo al supermercato

Gli Stati Uniti sono una nazione grande e incredibilmente diversificata, e la Bay Area è un microcosmo molto particolare. Mille culture e stili di vita diversi si incrociano e si contaminano più o meno pacificamente. Per questi e altri motivi, credo sia abbastanza diverso fare la spesa al super qui da come potrebbe esserlo in Oklahoma o in North Dakota. Ma alla fine il supermercato è supermercato, e tra l’Esselunga di Rubattino e il Whole Foods di Cupertino le differenze vanno cercate nei dettagli.
Ad esempio, in tutti gli stores visitati sinora abbiamo notato che latte, uova e yogurt sono disposti non nelle corsie, bensì lungo le pareti. Questo perché gli scaffali sono in realtà aperti e dietro (ovvero nel retro del negozio) ci sono gli omini che provvedono a rifornirli! La prima volta che ho incrociato lo sguardo di un commesso che stava sistemando gli yogurt da dentro lo scaffale mi è venuto un infarto. Non so come mai venga usata questa metodologia: forse c’entra qualcosa il fatto che gli americani bevono latte a tutte le ore, e quindi gli scaffali vanno riempiti costantemente.
Un’altra cosa piuttosto bizzarra per noi italiani (almeno per me) è la possibilità di acquistare ghiaccio al supermercato, ovviamente in quantitativi mastodontici. Un po’ come nel libro della vecchia Milano che possiede mia zia, in cui si vede “quel del giazz” col suo carretto che, fino all’avvento del frigorifero, girava per le strade meneghine. Qui ovviamente non è che manchino i frigoriferi: credo che, anche in questo caso, sia l’uso sfrenato del ghiaccio nelle bibite che fa sì che la gente trovi sensato acquistare giganteschi sacconi di ghiaccio al supermercato. Per me resta un mistero. Ho provato a indagare in merito in rete, ma alla domanda “why do american supermarkets sell ice” nemmeno l’onnisciente Google ha saputo rispondere.
Una cosa che trovo invece sensata, rispetto al funzionamento italiano, è il funzionamento della tessera fedeltà: se non l’hai con te,  di solito, puoi comunicare in cassa il tuo numero di telefono (o inserirlo nel POS, se non vuoi farlo sapere a tutto il negozio) e va bene lo stesso. In Italia invece se non hai con te fisicamente la Fidaty sono cavoli tuoi. Say what?!
L’ultima differenza sostanziale, e forse è la più nota, è la presenza, in svariati super, dell’imbustatore, ovvero una persona in cassa che sistema la tua spesa nei sacchetti. Se non c’è questa persona, se ne occupo direttamente il cassiere. Nei posti più cari, tipo Whole Foods appunto, se ti vedono in difficoltà ti aiutano anche a svuotare il carrello sul nastro e a portare la spesa alla macchina. All’inizio la reazione dell’italiano, abituato alla tipica cassiera nostrana che ti lancia la roba in fondo allo scivolo e cara grazia se saluta, è quella di sentirsi un orribile schiavista, ma poi pian piano si cede alla comodità, soprattutto quando si hanno bambini. Puoi tranquillamente spiegare come vuoi separata la spesa e loro agiscono di conseguenza, ma il sistema standard che adottano è quello delle cose da frigo da una parte, cose da dispensa da un’altra e via discorrendo; quindi la spesa risulta suddivisa già molto più metodicamente di come farei io!
Detto questo, potremmo passare al capitolo “qualità e ingredienti del cibo da super americano”, ma è un argomento talmente vasto e spinoso che va rimandato a uno o più post dedicati, che spero di scrivere al più presto. Nel frattempo, buona giornata e buona spesa a voi!

Ci siamo, ci siamo…

Scusate la latitanza. Il fatto è che, ora che il tempo è magnifico, abbiamo un sacco da fare! Tra playdates, picnic, parco giochi e appuntamenti vari, l’intensa vita sociale del nostro pupo mi fa trottolare in giro per la Peninsula. Non che mi dispiaccia, dato che mi permette di vedere le mamme mie amiche e scambiare chiacchiere e consigli. Inoltre ho finalmente comperato la bici. Ovviamente sulle distanze della nostra cittadina non si può usare per fare ad esempio la spesa, ma per andare al playground più vicino certamente sì, e Davide apprezza molto il suo seggiolino iBert, dal quale osserva il paesaggio (e cerca di capire il funzionamento di marce e freni) mentre io pedalo.
In realtà i nostri piani sono piuttosto a breve termine, dato che tra un mesetto io e pupo torniamo in Italia per trascorrere l’estate col parentado e rivedere un po’ la patria. Se da una parte non vedo l’ora, dall’altra sarà difficile fare a meno dell’aiuto di Andrea con Davide (e poi mi mancherà moltissimo il mio maritino, ecco). Mi toccherà sfruttare la famiglia allargata, che credo si presterà volentieri a spupazzare un po’ il piccoletto. Piccoletto che ormai cammina da un mese (meglio tardi che mai) e ne approfitta per essere sempre più spericolato e indipendente. Un giorno quello che tenevo in braccio era un bebè, il giorno dopo improvvisamente era un bimbo: piccolo certo, ma… ecco, è proprio un toddler, che è come vengono chiamati qui, con un termine intraducibile che ben descrive il loro trotterellare allegro e incerto, i piccini che hanno appena imparato a camminare. E ora che abbiamo mosso i primi passi… chi ci ferma più?
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Giocando con l’acqua allo splash pad del parco

Di telefoni furbi e mamme distratte

Inizio a scrivere questo post che abbiamo appena pranzato e Davide sta facendo il riposino. Io sono seduta al portatile e scrivo sulla tastiera, un’attività che recentemente è sempre più saltuaria per me. Non perché sia a digiuno di tecnologia, forse l’opposto: ormai per far qualunque cosa, dalla lista per la spesa a organizzare un playdate, da leggere un romanzo a tenermi in contatto con gli amici via social network, il canale preferenziale è lo smartphone, il mio fantastico e velocissimo Android.
Abbiamo, per casa, un piccolo telecomando che non funziona più, e lo abbiamo dato a Davide per giocare. Come ogni cosa ultimamente, è diventato il suo telefono: lo usa per chiamare “nonna”, ma non solo. Un giorno l’ho notato mentre cercava di infilare nel lato corto la presa del cavo che uso per caricare il mio cellulare. E recentemente ho notato che il suo “telefono” non è solo più per parlare, ma viene guardato e “cliccato”. A sedici mesi, Davide sta entrando in una fase di imitazione del mondo degli adulti, ed è normale che cerchi di fare quello che facciamo noi. Quello che mi ha fatto venire i brividi è stato riflettere su come un bimbo veda e rielabori il nostro rapporto con lo smartphone.
Dal mio punto di vista non si tratta di un discorso relativo ai contenuti: Davide non utilizza il mio telefonino o tablet per giocare, e non entrerò qui in merito a questa decisione, perché diventerebbe un post chilometrico.
E quel che voglio dire non è nemmeno che mi sento una “cattiva mamma che non caga il suo figlioletto”, anche se ultimamente la blogosfera anglosassone ha preso questo argomento molto a cuore, facendolo entrare ovviamente nelle cosiddette “mommy wars”, ovvero le gare su chi è una mamma migliore e perché: questo post riprende le mamme con lo smartphone sempre in mano, quest’altro cerca di riequilibrare la visione dell’argomento.
Siamo la primissima generazione di mamme che usa così tanto il cellulare per navigare sul web e restare in contatto col mondo. Soprattutto per una mamma (o un papà) a tempo pieno, e a maggior ragione per una come me che si è appena trasferita e non ha ancora un circolo consolidato di amicizie storiche, il telefono è una sorta di periscopio sul mondo. La comodità di ordinare pannolini e vestiti per il pupo online, di poter leggere un libro mentre lui dorme accanto a noi, di cazzeggiare su facebook senza il bisogno di star seduti davanti a un PC è notevole. I bambini piccoli infatti non amano che le mamme leggano libri di carta, stiano sedute davanti al PC senza farlo esplorare alle loro ditine curiose e via discorrendo. Un cellulare ha dimensioni e volumi perfetti: si porta con sé ovunque, si mette in tasca in un momento, se il bimbo ci vuol pasticciare lo si nasconde in un attimo e si può buttarci un occhio mentre si fa altro.
Il problema risiede nel fatto che quello che nasce come un periscopio sul mondo diventa in un attimo, e non solo per una mamma di professione, un’altra cosa: un cordone ombelicale.
Se facessi qualsiasi altra cosa con la frequenza con cui controllo quotidianamente il telefono, penserei di avere un problema. Tra chi possiede uno smartphone, alzi la mano chi non sa sempre con precisione dove si trovi. Alzi la mano chi è in grado di prendere in mano il telefono per controllare che ore sono senza poi dare un’occhiata a Facebook, controllare la mail, magari anche il feed rss e rispondere a qualche messaggio su whatsapp. Alzi la mano chi non ha mai fatto tardi col cellulare invece di dormire (e parlo di cose innocenti, non pensate subito male!), non l’ha mai portato in bagno per evitare di rileggere per l’ennesima volta la lista degli ingredienti dello shampoo, e via discorrendo.
E tutto questo è comodo, bello e giusto. Diventa un po’ meno giusto quando ci sono due piccoli occhi che osservano e imparano da ogni nostro gesto. Perché in fondo è questo che succede a un bambino piccolo, attraverso l’osservazione e l’imitazione: imparare a stare al mondo. E cosa impara relativamente al telefonino?
Impara che è davvero molto importante averlo sempre con sé o vicino.
Impara che la norma è che la mamma ci butti un occhio ogni venti minuti, e che poi stia lì a ticchettare con le dita o a scorrere lo schermo con sguardo bovino.
Impara che ovunque si vada il cellulare è lì, onnipresente, a punteggiare le ore e le giornate, mentre si gioca in giardino, quando si va a dormire, quando mamma e papà sono stravaccati sul divano dopo cena.
Impara, insomma, che il cellulare è la cosa più interessante che c’è.
E non è esattamente quello che vorrei trasmettere a mio figlio. Noi sappiamo che stiamo facendo mille cose diverse sul cellulare: leggere il giornale, guardare un video, imparare cose nuove su argomenti che ci stanno a cuore, prenotare le vacanze. Ma agli occhi di un bambino piccolo stiamo semplicemente fissando per tutto il tempo una scatolina illuminata.
Parlando di questo argomento con altri genitori, le reazioni (anche le mie) sono sempre piuttosto forti. Ecco alcune tra le cose che ho pensato, e abbiamo pensato tutti: non posso passare tutto il giorno a guardare attivamente mio figlio. C’è un limite alla quantità di tempo che sono in grado di dedicare a giocare con lui, a uscire, o a fare lavori di casa con lui a fianco. Ho bisogno di staccare la spina e di rilassarmi a fine giornata.
Tutte queste cose sono assolutamente vere. Ma a questo punto la domanda sorge spontanea: come caspita è possibile che ci sia così difficile mettere da parte un oggetto che fino a qualche anno fa NON ESISTEVA nelle nostre vite? Parliamo del nostro cellulare come se fosse qualcosa di indispensabile alla nostra sopravvivenza, ci indignamo all’idea di farne a meno anche per brevi periodi, quando fino a cinque anni fa, ed eravamo tutti già adulti, nemmeno avremmo mai immaginato di possederne uno. Io non ero genitore ai tempi, ma sono certa che sarei riuscita a cavarmela benissimo anche senza smartphone. E allora perché adesso l’idea di non guardarlo per tutto il giorno (oddio!) mi fa quasi iperventilare?
Il problema quindi è duplice e spinoso: come possiamo smettere di far passare il messaggio che lo smartphone è importantissimo quando ne siamo di fatto dipendenti?
Io una risposta non ce l’ho: la sto cercando e ancora non l’ho trovata. Nel frattempo, cerco di applicare qualche regola con me stessa, ovvero: quando Davide è sveglio uso il telefono solo se ho effettivamente l’esigenza di comunicare qualcosa a qualcuno, oppure se voglio fare una foto o un filmato; non lo porto con me ovunque vada in casa o in giardino; tassativamente non lo uso a tavola o quando lo metto a dormire. E per l’ora? Ho comperato un orologio, col cinturino e le lancette, che tra le altre cose, da togliere e rimettere, è anche un gioco molto interessante per un bimbo di un anno e mezzo.
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