That’s entertainment

A casa nostra la televisione non è mai stata fondamentale. Ci informiamo online, né io né Marta seguiamo sport, e francamente guardiamo molte più serie che film. Con l’arrivo di Davide poi era diventato molto più pratico usare il portatile per tutto.
Questo per dire che per il primo anno di California non abbiamo avuto una TV. Guardavamo mille serie come al solito, grazie agli abbonamenti a Netflix e Hulu, e l’occasionale season pass a pagamento. Qualche serie però non è disponibile nemmeno a pagamento, e quindi che fare? Bittorrent.
Passato qualche mese, arriva la letterina di AT&T: qualche azienda di Hollywood si è lamentata che guardiamo gratis un programma che non ci consentono di acquistare. Tiriamo qualche moccolo, ma non ci sono alternative.
Questo è cambiato qualche settimana fa quando sono andato in un famoso negozio dei dintorni e mi sono fatto convincere a comprare una televisione più bella (e costosa) del previsto. Tergiversiamo ancora un po’, ma a questo punto non ci sono scuse: ci serve un abbonamento TV.
Un antenna sul tetto ce l’abbiamo: magari funziona pure, anche se ci preoccupano gli scricchiolii ogni volta che c’è vento. Ma non serve a nulla, serve a poco, i canali interessanti sono via cavo o, nel nostro caso, ADSL. La nostra connessione è ottima, almeno per i paesi occidentali: 45 megabit al secondo, e la centralina in fibra è a 100 metri da casa. E quindi via, aggiungiamo la TV al contratto.
Il sito AT&T fa rimpiangere Vodafone: è super-frustrante, capire le differenze fra i piani non è facile, e quali opzioni è impossibile. Nel nostro caso la TV è lontana dal router adsl, faccio l’ordine ma non trovo modo di indicare questa cosa. Mi rimane il dubbio, ma amen.
Ora, fossimo stati in Italia il prossimo passo sarebbe stato attendere qualcuno o qualcosa. Qui invece la schermata successiva mi propone subito le giornate per l’uscita del tecnico, già da 2 giorni dopo. Scelgo un sabato in modo da essere a casa, e bon.
Arrivato il giorno, il tecnico chiama: si presenta per nome e annuncia che arriverà fra 15 minuti. E in effetti arriva in tempo: un tizio gioviale, che assomiglia vagamente a Mendez di Orange Is the New Black. Mi stringe la mano, immancabile small talk e dopo 5 minuti sono buddy. O meglio, alternativamente buddy, Andrea, Mr Andrea o Mr Campi.
E poi arriviamo al dunque: come collegare la TV. Avevo ragione io, mi serviva un receiver in più. In Italia la situazione di sarebbe risolta in uno di due modi:
* “non è un mio problema, l’ordine è sbagliato, chiami il servizio clienti e poi riprogrammi l’uscita”, oppure;
* “non c’è problema”, e metri di cavo di rete fissati con la colla a caldo sopra il battiscopa.
Ma siccome il cliente ha ragione e bisogna farlo contento, Mendez ha la soluzione perfetta: il receiver ce l’ha lui sul camion, un access point aggiuntivo (vuoi mica condividere la banda con il resto dell’elettronica). Purché mi sia chiaro che è un extra che potrò dover pagare, sistema tutto lui in un minuto.
E insomma il resto è su questo tono: ho ordinato un DVR da 200 giga ma mi regala quello da 500 perché è meglio; mi serva una presa multipla e ce la mette lui; eccetera.
Ma il meglio arriva ai saluti: mi spiega che ora lui è responsabile del mio contratto, ecco il biglietto da visita, per qualunque cosa dalla linea giù a non ricordarmi come si programma il DVR posso chiamare lui (tranne il giovedì e la domenica) e se è occupato questo è il numero del suo manager. E mi raccomando chiama.

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Guida alla spesa di alimentari

So che sarà uno shock per voi, ma dovete sapere che io e Marta siamo un po’ snob in fatto di cibo 😀 Le prime visite ai supermercati sono state accompagnate da un misto di curiosità e confusione, un po’ per le differenze nella gamma di prodotto. Ma soprattutto perché in patria, anni di shopping ci hanno dato abitudini che ci fanno scegliere la tale marca per un prodotto, evitare l’altra e così via.

Insomma c’è voluto un po’ ma stiamo imparando. In ottima tradizione geek, per i più curiosi ecco un faccia a faccia fra supermercati (escludendo mercati, negozi specializzati eccetera):

Frutta e verdura: la qualità è molto alta, e la scelta è sconfinata. Per esempio, se per voi le verdure a foglia andavano poco più in là di spinaci e bietole, qui potete passare un quarto d’ora solo a scegliere fra red chards, swiss chards e rainbow chards e un altra ventina di varietà più o meno della stessa famiglia. Nel frattempo rischiate di prendere un accidente perché non solo fa freddo, ma c’è pure un nebulizzatore per le verdure modello metropolitana in agosto–ma ne vale la pena! Non c’è dubbio, vince la California.

Latte, burro e yoghurt: ok bio e no-OGM, ma quanto grasso, greco o europeo (?), naturale o alla vaniglia? e per il latte, volete mucca, pecore, capra, riso, soia, mandorla, cocco? kilometro zero, free range o entrambi? rispetto alla monotonia delle multinazionali che fanno il grosso del mercato in Italia, è un altro mondo. Punto per la California.

Carne e pesce: li metto insieme perché compriamo poco di entrambi, e quindi non abbiamo approfondito troppo, per lo meno al supermercato. I tagli pregiati sembrano molto belli, ma sono anche molto cari; in compenso la scelta di tagli “ruspanti” è molto minore. Nel dubbio, non assegno il punto.

Pasta e riso: a rischio di attirarmi le ire, questo è un pareggio. Intanto perché buona parte delle marche italiane sono presenti, con prodotti assolutamente analoghi; e poi perché ci sono produttori locali (italiani) di assoluto rispetto, anche se con prezzi fuori di testa. Nota: mai, mai, mai, nemmeno in emergenza, comprare sughi già pronti; anche i più semplici sono totalmente alieni.

Caffé: alta qualità e grande scelta, ovviamente vince… la California! Ma soprattutto il caffè è tostato da poco e lo macini al momento, cosa che in Italia è inaudita (al supermercato).

Colazione: è una bella lotta. Cereali di tutti i tipi, buoni e bio, sfusi per risparmiare sul trasporto; ma in compenso niente frollini e simili. Sulle marmellate pareggio; ma se preferite una colazione salata, chiaramente vince la California. Insomma non me la sento di dare un punto.

Olio: vince Milano ma con un margine risicato: abbiamo trovato ottimo olio bio e locale, con un gusto che ricorda quello pugliese, ma purtroppo venduto in piccole quantità.

Condimenti: vince la California, non fosse altro perché comprare ketchup e senape biologici ti fa sentire meno in colpa per le maialate che mangi.

Formaggi: gli americani ci provano con tutte le loro forze, ma il grosso della produzione è noiosa; e il resto costa più dell’oro. Punto all’Italia con tutta la nostalgia possibile.

Birra e vino: nessuna sorpresa, California per la birra, Italia per il vino.

Pane: vittoria schiacciante per il nuovo mondo. So che qui qualcuno inorridirà, ma è soprattutto per il pane a fette: biologico, sano, ma sopratutto buonissimo! Riesce quasi a far perdonare la mania incomprensibile del pane all’aglio…

Non voglio fare una somma algebrica perché in fondo è un post scherzoso, ma il succo è che al supermercato si può comprare ottimo cibo. Poi tutto sta a saperlo cucinare 😉

The devil went down to Georgia

Sulla via del ritorno dal commercialista prendo la 280. E’ un bel cambiamento rispetto alle altre strade super-trafficate che attraversano tutti i paesi della zona: la 280 invece serpeggia in collina.

Rallento per rispettare il limite delle 65 miglia all’ora, anche se la maggior parte delle auto va ben più veloce. La mia andrebbe ben più forte: dopo l’utilitaria che ho lasciato a Milano, questa Chevrolet Malibu è enorme e potente, si guida bene; al punto che ho già fatto 200 miglia in 2 giorno.

E ad un certo punto, dalle parti di Los Altos Hills, in radio mettono la Charlie Daniels Band. Più America di così si muore. Nel dubbio alzo il volume, accelero e vado verso “casa”.

http://m.youtube.com/watch?v=FgvfRSzmMoU