There’s a bun in the oven (parte III)

Tra un mesetto torneremo a Milano, in modo da poter essere lì per quando la bimba verrà al mondo. Viaggeremo quando avrò raggiunto le 30 settimane di gravidanza, più o meno sul limite di quanto le compagnie aeree accettino per un viaggio “con panza”. Nel frattempo c’è molto da organizzare, quindi siamo abbastanza impegnati, anche se finalmente il tempo sembra essersi messo per il bello, quindi spesso e volentieri nel tempo libero siamo fuori casa.
Oggi vorrei però affrontare un tema che pare molto sentito: il parto negli Stati Uniti, o meglio gli aspetti economici più o meno comuni di quest’esperienza. Parliamo di una nazione enorme, con differenze abissali di stili di vita e di benessere socioeconomico; ancor più che in Italia, avere un bambino in America può significare vivere esperienze incredibilmente diverse tra loro a seconda di dove ci si trova.
Facendo un passo indietro, quando aspettavamo Davide, la nostra intenzione era quella di farlo nascere in Casa di Maternità a Milano. Essendo interessata a un parto naturale, mi ero “preparata” (le virgolette sono perché nulla ti prepara davvero) leggendo quelli che sono i sacri testi del parto rispettoso: Michel Odent, Ina May Gaskin, Henci Goer, Penny Simkin. Mi ero guardata anche i documentari reperibili online, tra cui The Business Of Being Born, e tra le cose che mi avevano colpito maggiormente c’era un fatto: il parto extraospedaliero sembrava molto più diffuso che in Italia, se non come scelta diretta almeno come opzione da considerare.
Dato che i tassi di parti operativi e cesarei sono ohimé molto simili tra le due nazioni (per questi ultimi l’OMS raccomanda un tetto del 15%, Italia e USA si assestano su un piuttosto vergognoso 35%), non mi spiegavo questa differenza. Anzi, in Italia il parto in casa è una cosa “da ricchi”, dato che pochissime regioni passano un rimborso e le ostetriche si pagano di tasca propria, mentre in USA sembrava proprio una cosa da persone un po’ alternative ma di certo non danarose. Certo, negli USA la sanità è privata, ma non ci sono le assicurazioni? Guardandomi un po’ in giro credo di aver ora le idee un po’ più chiare in merito.
Ricordate il concetto di copay di cui vi parlavo nello scorso post? Si tratta di una specie di ticket che si paga a visita o prestazione, a seconda della tipologia di assicurazione che si è stipulata. Ho fatto un esperimento: ho chiesto a un gruppo di mamme americane su Facebook quanto avessero speso per il loro parto. Ho ricevuto una cinquantina di risposte, e in linea di massima è emerso quanto segue:
– Le uniche persone  che non hanno pagato nulla di tasca propria erano due mamme con un’assicurazione specifica per le famiglie di militari, più una mamma coperta da Medicaid, ovvero in soldoni dall’assistenza sociale (famiglie indigenti: la povertà è una piaga tremenda negli Stati Uniti).
– Esistono differenze notevoli a livello geografico e tra una struttura e l’altra: una mamma in Florida ha pagato 300 dollari di copay, un’altra in California 17000 dollari.
– Almeno la metà delle mamme che hanno partorito in casa ha ricevuto un rimborso (anche se a volte sotto la metà della cifra) per le spese sostenute, che comunque si aggirano in media sui 3500 dollari.
Ora, dando per scontato che cinquanta persone non sono un campione significativo e che questa non è una statistica, mi è certamente più chiaro quanto segue: se in partenza sono interessata a partorire fuori da un ospedale, se devo comunque sborsare una determinata cifra, se magari vivo in una di quelle aree che fanno sì che gli Stati Uniti abbiano tassi di mortalità perinatale quasi da Terzo Mondo  e infine  se la cifra per partorire in ospedale si avvicina a quella di un parto in casa, la scelta è (perdonate il gioco di parole) naturale.
Ok, abbiamo parlato del costo del parto in casa, che come dicevamo sopra è abbastanza variabile, ma in media si aggira sui 3500 dollari. E se una mamma che non è coperta da alcun tipo di assicurazione volesse partorire in ospedale, quanto andrebbe a spendere? Mi sono posta questa domanda perché a quanto pare leggendo le statistiche (come raccontavo in un post precedente) è una curiosità diffusa tra chi approda su queste pagine.
Si tratta però di una stima piuttosto complessa da fare, anche per chi conosce bene l’inglese e le varie opzioni possibili (qui un articolo del New York Times parla dell’argomento). A complicare le cose c’è il fatto che le assicurazioni pagano un prezzo più vantaggioso del privato per qualunque procedura medica, per cui un parto pagato in copay e uno pagato completamente di tasca propria possono avere differenze di prezzo anche notevoli. Ad ogni modo, stando a CNBC che riporta i dati di Truven Health Analytics, negli ultimi quindici anni il costo medio di un parto ospedaliero senza complicazioni è cresciuto da circa 5000 dollari a circa 9200. Per un cesareo i costi sono di circa 14000 dollari. Queste somme coprono solo ed esclusivamente il parto in sé, escludendo quindi tutte le visite e analisi precedenti, le cure pediatriche e i controlli di routine e la permanenza nella struttura ospedaliera, cose che si danno per scontate e che vengono ovviamente fornite di default, ma che non sono “comprese nel prezzo”, come evidenziano le esperienze riportate dall’articolo.
In conclusione? Partorire negli Stati Uniti senza assicurazione è certamente possibile. Basta essere ricchi 🙂

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There’s a bun in the oven… (parte II)

laptop and stethoscope
Nel post precedente ho parlato di come stiamo vivendo, dal punto di vista della sanità e dell’assistenza alla persona, la nuova gravidanza a stelle e strisce. Ora voglio invece provare a fare un riassunto degli aspetti finanziari di questa situazione, anche perché mi sono accorta dalle statistiche che moltissime persone arrivano su questo blog proprio cercando informazioni sui costi relativi a un parto negli USA. Nel dettaglio, mi sembra di capire che c’è chi si chiede se sia possibile partorire negli Stati Uniti senza assicurazione. Ma andiamo con ordine…o almeno, proviamoci.
Volevo fare una veloce premessa sulla nostra assicurazione per meglio far comprendere il quadro generale in cui ci muoviamo, ma scrivendo mi sono accorta che è praticamente impossibile restare sul breve, quindi questo post sarà dedicato solo a portare la nostra specifica situazione come esempio.
Dunque, cerchiamo di partire dal principio: all’inizio del rapporto di lavoro e ogni anno, l’azienda di Andrea propone tre possibilità di copertura assicurativa.
La prima è un’unica struttura ospedaliera che dispone di tutte le specializzazioni, e che fisicamente risiede in una serie di complessi all’interno dei quali si trova tutto, dai laboratori agli studi clinici alla farmacia.
La seconda e la terza sono due coperture più “classiche”, ovvero una EPO (exclusive provider organization) e una PPO (preferred provider organization). La differenza tra le due è la seguente: con una EPO ti viene fornita una lista di specialisti che accettano la tua assicurazione e puoi rivolgerti solo a loro, mentre con una PPO (la soluzione scelta da noi) è possibile, oltre alla lista, scegliere altri medici, ovviamente pagando un premio più alto e correndo comunque il rischio che l’assicurazione non rimborsi la prestazione (di solito comunque chi fissa l’appuntamento chiede i dati assicurativi e provvede a informarti della percentuale di copertura prevista per il tuo piano).
Essendo l’azienda per cui lavora Andrea piuttosto grande e tecnologica, si avvale di un provider assicurativo per la gestione delle pratiche e della burocrazia, ma è in realtà il datore di lavoro stesso a pagare le effettive spese mediche di mese in mese, secondo una formula chiamata “self funded healthcare”.
L’azienda paga quindi tutto il premio assicurativo di Andrea, mentre per noi in quanto famigliari c’è una trattenuta dal suo stipendio che si aggira sui 280 dollari mensili.
Il totale che viene esposto dal datore di lavoro come spese assicurative per la famiglia è di circa 20000 dollari l’anno: si può dire che, a grandi linee, le trattenute sullo stipendio relative alla salute si aggirano sul 10/15% della cifra (questo, ovviamente, oltre alle tasse al governo federale e allo stato della California).
Oltre a queste spese esiste il cosiddetto copay, ovvero una specie di ticket che si paga ad ogni visita. Se quest’ultima è erogata all’interno del network assicurativo (la lista di provider di cui sopra), il copay è di 10 dollari a visita, pagabili subito o successivamente, con assegno inviato via posta o sul sito web dell’assicurazione; per quanto riguarda i provider fuori dal network, esiste una cifra fissa non rimborsabile da raggiungere, nel nostro caso 1000 dollari: una volta raggiunta tale cifra, dalle visite successive l’assicurazione copre il 70% delle spese. In questo caso, ovvero se si va out of network, bisogna pagare di tasca propria e poi provvedere a spedire la ricevuta del medico alla compagnia assicurativa, che in cambio invia per posta un assegno di rimborso, ove previsto.
Se invece si parla di analisi e via discorrendo, il copay è il 10% della cifra.
In tutto questo si inserisce il cosiddetto flexible spend account (FSA), che è una specie di piano di agevolazione fiscale: all’inizio dell’anno si può indicare una cifra da accantonare sulla quale non si pagheranno le tasse. Tale cifra potrà essere impiegata solo per spese mediche e solo per l’anno solare in corso: a dicembre quanto avanza è perso. Per consumare questi soldi arriva a casa una carta di credito apposita che si userà per i pagamenti.
Tutto chiaro fin qui, vero? 😀
Nel prossimo post cercherò di spiegare con qualche esempio il funzionamento del sistema,e nel concreto quali sono le spese sostenute sia dall’assicurazione sia da noi per le più classiche prestazioni relative a una gravidanza fisiologica.