There’s a bun in the oven… (parte I)

There’s a bun in the oven… (parte I)

Come ormai credo tutti i nostri tre lettori sanno, siamo nuovamente in dolce attesa.
Se Dio vuole, una bimba arriverà tra noi a fine agosto; la circostanze hanno fatto quindi in modo che ci tornassimo a incontrare e scontrare col sistema sanitario americano.
Com’è essere incinta negli Stati Uniti, dal punto di vista di chi ha già avuto un bambino in Italia?
Non sono la prima tra le mie amicizie a vivere questa esperienza. Come sempre, c’è chi vi dirà che è fantastico e molto rasicurante e c’è chi invece non si trova così bene. Io sono più o meno a metà gravidanza, quindi la mia impressione è, per forza di cose, parziale e tutta concentrata sull’aspetto dell’attesa. Molto dipende anche dall’approccio alla maternità che si è seguito in Italia: per quanto mi riguarda, la prima volta è stata praticamente a costo zero, in quanto mi sono avvalsa degli ottimi servizi del nostro Sistema Sanitario Nazionale: la mia ginecologa operava in consultorio e, a parte un piccolo problema iniziale che ha richiesto qualche ecografia extra, mi sono bastate e avanzate le tre che prevede appunto il SSN. La mia gravidanza è stata tranquilla e non ho mai sentito l’esigenza di affidarmi a specialisti privati.
Negli Stati Uniti quest’opzione è semplicemente inesistente, in quanto tutta la sanità è operata da privati attraverso il sistema assicurativo. Esistono sussidi e assistenza ai meno abbienti, e anche opere caritatevoli che pagano per chi non si può permettere altro, ma la nostra condizione di expat ci fornisce (grazie a Dio) un posto di lavoro con copertura assicurativa, quindi abbiamo, come si dice a Oxford, il sedere parato.
Ho scelto il primo ginecologo disponibile nel circuito ospedaliero del mio medico di base. In teoria, quando si sceglie un medico per la gravidanza, e durante il primo incontro lui o lei pronuncerà la fatidica frase “I will be your doctor”, significa che si andrà a partorire nella struttura in cui questa persona opera e con cui è convenzionata. Per questo motivo, a una determinata settimana di gravidanza si inizia la trafila per la preammissione, con formulari da compilare e via discorrendo. Noi abbiamo però deciso, per motivi che saranno oggetto di un post dedicato, di tornare in Italia per il parto, quindi questa regola ovviamente non si applicherà.
Le visite avvengono per ora a cadenza mensile, sempre col classico iter americano: arrivo in ospedale, accoglienza della nurse del dottore che misura pressione e peso, attesa del luminare, breve chiacchierata sui temi della fase della gravidanza in cui sono, “tante care cose e prenda un appuntamento tra altre quattro settimane in reception”, e infine discesa nel seminterrato per il prelievo del sangue di rito.
Questa è una delle cose positive della sanità locale: la praticità di effettuare le analisi appena vengono prescritte. In più, nel giro di un pomeriggio, ho potuto visualizzare l’esito su un’app dedicata sul mio telefono. Però, da quel che mi raccontano amiche che vivono in altri stati, non sempre è così, e a volte dopo le analisi si riceve un generico “tutto bene” invece dei valori veri e propri.
Un altro vantaggio, se così si può chiamare, è il fatto che struttura privata = spazi curati, receptionist gentili, ambienti puliti e medici che ti trattano coi guanti. In Italia siamo più o meno abituate a essere cazziate dai ginecologi, e maltrattate dalle infermiere, soprattutto della mutua; qui non se lo sognerebbero nemmeno, anzi, per paura che tu possa far causa stanno molto attenti a misurare ogni parola e ogni ipotesi. Anche per questo motivo, se sei provvisto di una buona assicurazione, ti viene fornita un’ampia scelta di analisi prenatali all’avanguardia, approfonditamente spiegate da un genetista che ti fa un ripassino delle lezioni di biologia del liceo, con slides sui cromosomi e via discorrendo. Il tutto rimane su binari molto molto professionali, cortesi ed educati, ma ogni volta mi resta la percezione di essere poco più di un nome e un numero. Sinceramente questa sensazione non mi entusiasma: preferivo di gran lunga la squallidissima sala d’attesa del consultorio e la mia brusca, ma schietta, dottoressa a questa cortesia e questo camminare sulle uova per non sbilanciarsi troppo. Il cliente, si sa, ha sempre ragione, e qui si è clienti oltre (o forse prima ancora) che pazienti, quindi nessuno ti contraria per nessun motivo; personalmente, ho dei dubbi su quanto sia “sano” questo atteggiamento. Non è meglio un medico che ti sgrida se stai facendo quella che pensa essere una cavolata, piuttosto che uno che ti porge soavemente una serie di opuscoli e sottolinea che “it’s completely up to you”? Per carità, non voglio dire che il livello del servizio non sia eccellente, soprattutto in Silicon Valley, ma quando poi arriva a casa l’elenco delle spese sostenute dall’assicurazione la domanda sorge spontanea: sarebbero altrettanto gentili se non percepissero questi bei dollaroni?
La domanda è destinata a rimanere senza risposta: paradossalmente, se non avessi una copertura assicurativa, pagherei molto di più (e pagherei tutto io) per gli stessi identici servizi. Questo, ovviamente, oltre al copay, ovvero una specie di equivalente del nostro ticket,che si paga quindi di tasca propria in percentuale al costo totale del servizio.
Ma la parte fiscale, probabilmente la più intricata di tutta la faccenda e la più “da brivido lungo la schiena”, è talmente complessa che merita un post a sé stante.

Advertisements