Feels like home

Sono anni che mi interrogo e rimugino su un concetto, e non trovo una soluzione che mi soddisfi. Si tratta di identificare cosa o chi definisca il concetto di “casa”.
Negli ultimi dieci anni, oltre alla mia natale, ho vissuto in tre città diverse: Firenze, Berlino e ora qui. Ed è dal primo trasferimento in Toscana, fatto con un borsone da pallavolo stracolmo e poco più, che mi arrovello su questa faccenda.
L’unica cosa che ho capito davvero è che ci sono persone che si sentono a casa ovunque vadano, e che io non sono una di queste persone. Certo, mi oriento in fretta, capisco velocemente le cose che servono per la vita quotidiana, trovo amicizie che durano poi nel tempo. Ma essere a casa è un’altra cosa, una cosa che non so riprodurre da nessuna parte che non sia Milano, o i luoghi della mia infanzia.
Ecco, forse un filo sottile è proprio questo: l’aver trascorso dei periodi di tempo crescendo in un posto fa sì che mi ci possa sentire a mio agio. Il lago, la Maremma, la Svizzera tedesca e il Ticino hanno questo minimo comun denominatore e mi fanno sentire tranquilla e a mio agio.
Nel resto del mondo, per quanto io possa star bene ed essere felice, non sono mai al 100% rilassata. È un po’ come se stessi sempre guardando un film: ogni cosa è rilevante allo stesso modo, non ci sono “piani di importanza” nelle espressioni delle persone, nelle indicazioni stradali, nel paesaggio. È sempre, e rimane sempre, tutto nuovo.
Aiuta non essere soli. Aiuta portare con sé i propri oggetti del cuore, le foto, i libri. E aiuta, tanto, la rete che rende le distanze più brevi e nove ore di fuso orario più semplici da gestire. Ma c’è sempre un pezzetto del puzzle che sfugge, il quadro non è mai completo. Casa è un’immagine che, qui, vedo con la coda dell’occhio, e che si mescola e confonde quando cerco di metterla a fuoco.
Mi chiedo se questa condizione sia destinata a cambiare nel caso dovessimo rimanere a lungo, e dopo quanto dato che un anno non è stato sufficiente. Tempo fa un’amica, anche lei expat, mi ha detto una cosa molto bella: “this is the place you children call home, and so it becomes your home too”. E forse sarà proprio vedere questo processo in azione nel nostro bimbo che aiuterà anche noi grandi a far nascere qualche nuova radice.

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In attesa delle nostre gatte, ecco il premio Gatto Curioso :)

In attesa delle nostre gatte, ecco il premio Gatto Curioso :)

Come alcuni di voi sanno, quando ci siamo traferiti qui un anno fa abbiamo lasciato in Italia le nostre due gattine Micia e Minù, in attesa di essere ben stabiliti. Loro se la stanno spassando dai nonni, ma a noi mancano molto e quindi stiamo cercando di capire come fare a farle arrivare qui sane e sale.
Nel frattempo, Mimma di Mamme Nel Deserto mi ha nominata per questo meme/giochino, quindi la ringrazio e rispondo alle curiose domande 🙂

1. Inserisci la foto del gatto curioso.
Eccolo qui:
curioso

2. Rispondi a 5 delle domande che trovate qui.

– Esponici il tuo abbigliamento tipo di quando avevi 14 anni
Oh mamma. Allora, faccio una premessa: quando avevo 14 anni ho passato un momento di transizione, diciamo. Alle medie ero tra le sfigate della classe: timida, dentona, amante della lettura e molto insicura. Poi al liceo per qualche motivo la timidezza è finalmente passata e io mi sono data alla pazza gioia in fatto di abbigliamento, pensando di essere molto molto elegante. Il problema è che comunque non avevo soldi da spendere in vestiti, quindi dovevo arrangiarmi con il guardaroba finanziato da mammà e, al limite, con cose di seconda mano che mi arrivavano in regalo. Quindi a scuola indossavo tipicamente jeans e maglietta o camicia, ma poi quando uscivo con gli amici (rigorosamente al pomeriggio, uscire di sera fino ai 18 anni era proprio inconcepibile) la mia mise era di solito composta da: felpa oversize grigia con fiorellini ricamati sul davanti, minigonna elasticizzata a righe bianche e nere, collant di pizzo MARRONE e sneakers.
Oh, l’avete voluto voi 😀

– Hai qualche qualità eccezionale che nessuno sembra apprezzare (IDIOTI!)? Raccontaci.
Leggo molto in fretta. Nessuno apprezza questa cosa, soprattutto perché giustamente agli altri non glie ne potrebbe fregare di meno. Però, ogni volta che qualcuno ci fa caso (forse due volte nella storia dopo la terza media) e mi dice qualcosa tipo “Wow, ma leggi veramente in fretta!”, gongolo e giubilo interiormente, mentre esteriormente faccio “oh beh sì, non è niente di speciale…”

– La serie tv che nonostante sei conscia/o che FACCIA C**ARE guardi con commovente zelo mentre la tua mente ti comunica “dai, magari la prossima puntata sarà meglio” (spoiler: non sarà MAI meglio).
True Blood, che dopo la terza stagione è andato completamente in vacca. Meno male che è finito. Era diventato imbarazzante.

– A che età hai imparato ad usare la lavatrice?
Direi verso i 16 anni. Mia nonna era in ospedale per un’operazione e mia mamma ovviamente non aveva molto tempo da dedicare a cucina e casa. (Se ve lo state chiedendo no, non poteva pensarci mio papà perché non vivevamo con lui). E’ stata anche l’occasione in cui ho imparato a preparare la pastasciutta. E a tal proposito…

– Descrivici il tuo comfort food per eccellenza, ossia, per la rubrica “Speak as you eat”, cosa mangi per tirarti su di morale?
Pasta con tanto burro e parmigiano. Adoro il cibo, amo cucinare e anche mangiare fuori, se si mangia bene. Ma la pasta burro e parmigiano non solo è facile e veloce da fare, ma di solito gli ingredienti sono disponibili in casa anche nei momenti di dispensa vuota. E, quando si ha bisogno di comfort food, dev’essere pronto il più presto possibile!

3. Ora viene il bello, nominare altri 5 blogger che dovranno proseguire la catena.
Questa è una sfida! Ormai il gioco l’hanno fatto quasi tutti. Vediamo:

Rosy: http://unitalianaingermania.blogspot.de/ Così rianima il suo blog 😀
ALittaM: http://alittam.blogspot.com/
Monica: http://monicabionda.blogspot.com/
Alle: http://lamiavitainmarocco.wordpress.com/
Clara: http://valzerdelritorno.wordpress.com/

Ovviamente se gradiscono 🙂

Cinque cose che ho portato via dall’Italia

Cinque cose che ho portato via dall’Italia

Vivere in Silicon Valley ha molti vantaggi. Tra questi, il fatto che le buone idee spesso vengano testate da queste parti prima di esser lanciate su più vasta scala.
È il caso, ad esempio, di Google shopping, che ti porta a casa praticamente quel che vuoi dai negozi dei dintorni, e per i primi sei mesi non ti fa pagare le spese di consegna. Voi direte: ma non c’è già Amazon? Certo, ma Google ti porta tutto in giornata. Ti accorgi di aver finito il sale ma non hai voglia di lottare col tuo toddler per salire in macchina e andare a comprarlo? Niente paura! Un paio di click sull’app e dopo qualche ora trovi la busta con il simbolo della mongolfiera azzurra nella cassetta delle lettere.
Ad ogni modo, nonostante qui sia davvero l’ombelico del mondo, ci sono cose che non si trovano così facilmente. Quindi, approfittando delle vacanze italiane, ho ben pensato di portare con me un paio di oggetti banali ma decisamente non americani. Partiamo dalle cose “bambinesche”. È un fatto che i bambini piccoli non sanno soffiarsi il naso, e per aiutarli ad affrontare raffreddori particolarmente brutali gli si spruzza soluzione fisiologica su per il naso. Per qualche arcana ragione però, qui negli Stati Uniti le confezioni di “saline spray” non hanno un erogatore a pompetta, ma funzionano schiacciando il flacone. La logica conseguenza è che, una volta uscita la soluzione, il beccuccio aspira gioiosamente aria e il moccio del pupo, rendendo di fatto ogni flacone monouso (perché non credo abbia molto senso spruzzare nel naso una miscela di soluzione salina e muco, magari lasciati riposare qualche ora). Questa faccenda mi stupisce sempre molto, ad ogni modo ho deciso, in vista dei malanni di stagione, di portarmi dall’Italia un paio di confezioni di acqua di Sirmione spray, che non solo ha un fantastico erogatore a pompetta, ma è anche una mano santa per nasi più tappati. Lo zolfo contenuto in quest’acqua termale, infatti, ha una leggera azione mucolitica, che aiuta a respirare un po’ meglio per qualche tempo senza controindicazioni di sorta.
Parlando di raffreddori, ecco il secondo dilemma dell’emigrata: i fazzoletti di carta. Avete presente quelle specie di veline che nei film vengono tirate fuori da una scatola e usate per asciugarsi le lacrime dopo una relazione finita male? Ecco, gli americani si soffiano il naso con quegli aggeggi lì, che solo a guardarli si disintegrano. (Pensandoci bene, visto il punto precedente, non è che qui hanno inventato il raffreddore senza moccio? Conviene indagare!) Ad ogni modo io sono fricchettona quanto volete, uso i pannolini lavabili per Davide e la mooncup per me con tanta felicità, ma davanti al raffreddore io coi fazzoletti di stoffa non ce la posso fare: ho bisogno di un bel Tempo otto strati di morbidezza, possibilmente anche imbevuto di lozioni anti screpolature e profumato di eucalipto, grazie.
Terzo mistero americano: l’assenza, perlomeno ai miei occhi, dei panni spugna. Quei bei cosi quadrati rosa, azzurri, gialli e verdini che aiutano a tener pulite cucine e bagni in patria qui non esistono. Quindi, se io devo ad esempio pulire il tavolo dalle briciole della colazione e da un po’ di marmellata appiccicosa, mi tocca usare una spugna normale bagnata per la marmellata, e poi tirar via le briciole col panno in microfibra, oppure con la carta da cucina. Insomma. Scomodo, ma proprio scomodo! Care amiche che vivono in America, voi lo trovate i panni spugna? Se sì, svelate anche a me dove li nascondono questi buzzurri, grazie.
Quarto grande assente nei supermercati a stelle e strisce: il sapone di Marsiglia. La versione locale si chiama Castile soap ed è generalmente liquida. Probabilmente è una questione affettiva in questo caso: sfregare il sapore sulla macchia e poi sciacquare e sentire quel profumo tipico Esselunga (a proposito, qualcuno mi deve dire quando si smette di farsi prendere dalla nostalgia nel ricevere la newsletter della Esse) è qualcosa che rasserena anche me, che non son certo una mamma perfettina alla Bree Van De Kamp.
Ultimo acquisto, un po’ vanitoso: doccia schiuma e crema corpo profumati de L’Erbolario. Anche se la crunchy mama che è in me sa perfettamente che si tratta di prodotti tutt’altro che naturali e anzi sottoposti a un bel green washing, questa è proprio una coccola, con un aroma che mi fa essere a casa ovunque e al cui confronto l’odore della santissima crema bio americana sembra quello di un Arbre Magique.
E voi? Cibo a parte, che è un capitolo a sé stante, quali sono i prodotti che non rinunciate (o rinuncereste) a portare dietro dall’Italia?

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Piccoli aiutanti

Parco giochi o playground?

Parco giochi o playground?

Quando siamo arrivati in America, Davide era ancora piccolo. Aveva appena iniziato a gattonare, per cui la nostra vita al di fuori delle mura domestiche si limitava alle mie attività quotidiane. Qui in California abbiamo iniziato a frequentare i parchi giochi non appena ha avuto senso farlo, e quest’estate in Italia abbiamo avuto modo di fare un paragone con quelli milanesi.
C’è sempre da tenere a mente che viviamo in una zona agiata, per cui son sicura che in altre aree degli Stati Uniti la situazione è più simile a quella meneghina. Detto questo, in città purtroppo, come sa chi ha un bimbo/a, l’offerta è piuttosto limitata. Ovviamente le cose migliorano con il tempo: chi ha condiviso con me un’infanzia milanese negli anni ’80 ricorda quando il massimo a cui si potesse ambire fossero due altalene cigolanti, uno scivolo e due tubi di cemento. Ed è anche vero che ai bambini non servono chissà quali strumenti per divertirsi, la creatività è anzi forse stimolata da giochi più essenziali.
Inoltre non è (solo) colpa delle istituzioni e delle poche risorse economiche se i parchi giochi sono tristanzuoli, quanto di una mentalità che considera il suolo pubblico come una discarica, o quando va bene una valvola di sfogo. Ad esempio, le strutture, soprattutto quelle in giardini “di passaggio”, sono ricoperte di scritte.  Inoltre alcuni giochi sono in legno, quindi pieni di schegge e spuntoni. Ma la cosa che ho trovato più fastidiosa di tutte è il fatto che in ogni parchetto, anche in quelli più isolati, si trovano sempre e comunque cicche di sigarette in terra, con cui ovviamente i bambini giocano e che rischiano di finire in bocca. Per carità, sempre meglio dei tappeti di siringhe della nostra infanzia, ma comunque non il massimo. Il senso civico dei milanesi, insomma, latita un po’ e non ha molti riguardi verso l’infanzia.
Qui invece, oltre al fattore economico, c’è da fare una premessa diversa, ovvero: in California è difficile trovare persone che fumino. Per cui le cicche di sigarette sono inesistenti, a maggior ragione in un parco giochi. Le aree sono attrezzate con strutture funzionali, principalmente in plastica molto robusta o legno trattato. (Anche in questo caso, c’è da tenere a mente che il legno all’aria aperta ha certamente vita più facile in un posto dove non piove quasi mai, soprattutto se paragonato con Milano.)
Ma la cosa che più mi riempie di stupore e che mi fa sospirare sempre “magari ci fosse stato quando io ero piccola”, è la presenza, spesso e volentieri, di un’area dedicata ai giochi d’acqua in cui i bimbi sguazzano allegri: zampilli a orologeria, fiorelloni che all’improvviso fanno la doccia, fontanelle e via discorrendo deliziano i piccoletti nella lunga e rovente estate locale. In alcuni parchi dedicati ai più piccini ci sono addirittura tavoli con fontanelle a misura di manine, in cui paciugare a piacimento con sabbia e terra fino a creare un fantastico (?) effetto Woodstock. Completano il tutto giochi sonori (xilofoni, tubular bells), paretine per arrampicare, scivoli arzigogolati e ovviamente le immancabili altalene, anche nella versione per bimbi disabili. Insomma, la vita al playground in Bay Area è decisamente entusiasmante, per i bambini… e per i genitori che ambiscono a farli stancare 😀

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