Oh membranza sì cara e fatal

Sarò onesta con voi.
Per mesi e mesi ho sognato ad occhi aperti questo rientro in Italia per le vacanze. “Ma come?” direte voi “vivi in California e sogni Milano?”
È così. Io amo la mia città, ci sto bene, mi piace. Sognavo le colazioni all’italiana nei bar; di far la spesa senza analizzare ogni singola confezione per paura dei terrificanti ingredienti che riescono a propinare negli US; di rilassarmi un po’ mentre la famiglia intrattiene il piccolo.
Tutto questo poi si sarebbe spostato al lago, quindi senza zanzare, con notti fresche e circondati dalla natura.
E infatti sta andando proprio così.
E vorrei tanto dirvi che sono felice e che mi sto godendo queste vacanze, che la lontananza da Andrea è mitigata dall’essere a casa, dal senso di appartenenza e dai vantaggi di cui sopra. 
Nel post precedente dicevo di esser tornata in fretta a essere la persona che ero prima di partire, ma in realtà sto scoprendo che non è proprio così.
Cercherò di spiegarmi meglio: purtroppo non ho portato con me dalla California una Marta migliore; semplicemente il mio sguardo come testimone è cambiato, forse per sempre.
La mia amata città, bella e bistrattata, come del resto così tanto in Italia, mi riempie di sconforto. La scarsa attenzione al turismo anche in luoghi in cui si pensa di far molto, le beghe dell’Expo con cui Milano si appresta tra un anno a farsi deridere dal mondo intero, la piccolezza di chi non sa guardare oltre al proprio naso e incolpa sempre e comunque il prossimo dei propri problemi sono cose  a cui, prima di partire, non davo alcun peso, e che ora mi lasciano sconcertata.
In generale, quella che prima consideravo una certa innata “profondità” europea, che paragonavo a una presunta ingenuità a stelle e strisce, ora mi sembra solo un triste miscuglio di cinismo e accidia.
Qual è la conclusione di questo post un po’ deprimente? Forse la constatazione che è proprio vero quel che si sente dire quando si va via, ovvero che non si torna più “a casa”, come succede con un viaggio qualsiasi. Si arriva in un posto che è un po’ come lo ricordavi, un po’ no, che è un po’ familiare un po’ inquietante. Un posto che hai salutato all’alba di una mattina di settembre senza sapere che, con quello sguardo, non lo avresti visto più.

image

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s