Di telefoni furbi e mamme distratte

Inizio a scrivere questo post che abbiamo appena pranzato e Davide sta facendo il riposino. Io sono seduta al portatile e scrivo sulla tastiera, un’attività che recentemente è sempre più saltuaria per me. Non perché sia a digiuno di tecnologia, forse l’opposto: ormai per far qualunque cosa, dalla lista per la spesa a organizzare un playdate, da leggere un romanzo a tenermi in contatto con gli amici via social network, il canale preferenziale è lo smartphone, il mio fantastico e velocissimo Android.
Abbiamo, per casa, un piccolo telecomando che non funziona più, e lo abbiamo dato a Davide per giocare. Come ogni cosa ultimamente, è diventato il suo telefono: lo usa per chiamare “nonna”, ma non solo. Un giorno l’ho notato mentre cercava di infilare nel lato corto la presa del cavo che uso per caricare il mio cellulare. E recentemente ho notato che il suo “telefono” non è solo più per parlare, ma viene guardato e “cliccato”. A sedici mesi, Davide sta entrando in una fase di imitazione del mondo degli adulti, ed è normale che cerchi di fare quello che facciamo noi. Quello che mi ha fatto venire i brividi è stato riflettere su come un bimbo veda e rielabori il nostro rapporto con lo smartphone.
Dal mio punto di vista non si tratta di un discorso relativo ai contenuti: Davide non utilizza il mio telefonino o tablet per giocare, e non entrerò qui in merito a questa decisione, perché diventerebbe un post chilometrico.
E quel che voglio dire non è nemmeno che mi sento una “cattiva mamma che non caga il suo figlioletto”, anche se ultimamente la blogosfera anglosassone ha preso questo argomento molto a cuore, facendolo entrare ovviamente nelle cosiddette “mommy wars”, ovvero le gare su chi è una mamma migliore e perché: questo post riprende le mamme con lo smartphone sempre in mano, quest’altro cerca di riequilibrare la visione dell’argomento.
Siamo la primissima generazione di mamme che usa così tanto il cellulare per navigare sul web e restare in contatto col mondo. Soprattutto per una mamma (o un papà) a tempo pieno, e a maggior ragione per una come me che si è appena trasferita e non ha ancora un circolo consolidato di amicizie storiche, il telefono è una sorta di periscopio sul mondo. La comodità di ordinare pannolini e vestiti per il pupo online, di poter leggere un libro mentre lui dorme accanto a noi, di cazzeggiare su facebook senza il bisogno di star seduti davanti a un PC è notevole. I bambini piccoli infatti non amano che le mamme leggano libri di carta, stiano sedute davanti al PC senza farlo esplorare alle loro ditine curiose e via discorrendo. Un cellulare ha dimensioni e volumi perfetti: si porta con sé ovunque, si mette in tasca in un momento, se il bimbo ci vuol pasticciare lo si nasconde in un attimo e si può buttarci un occhio mentre si fa altro.
Il problema risiede nel fatto che quello che nasce come un periscopio sul mondo diventa in un attimo, e non solo per una mamma di professione, un’altra cosa: un cordone ombelicale.
Se facessi qualsiasi altra cosa con la frequenza con cui controllo quotidianamente il telefono, penserei di avere un problema. Tra chi possiede uno smartphone, alzi la mano chi non sa sempre con precisione dove si trovi. Alzi la mano chi è in grado di prendere in mano il telefono per controllare che ore sono senza poi dare un’occhiata a Facebook, controllare la mail, magari anche il feed rss e rispondere a qualche messaggio su whatsapp. Alzi la mano chi non ha mai fatto tardi col cellulare invece di dormire (e parlo di cose innocenti, non pensate subito male!), non l’ha mai portato in bagno per evitare di rileggere per l’ennesima volta la lista degli ingredienti dello shampoo, e via discorrendo.
E tutto questo è comodo, bello e giusto. Diventa un po’ meno giusto quando ci sono due piccoli occhi che osservano e imparano da ogni nostro gesto. Perché in fondo è questo che succede a un bambino piccolo, attraverso l’osservazione e l’imitazione: imparare a stare al mondo. E cosa impara relativamente al telefonino?
Impara che è davvero molto importante averlo sempre con sé o vicino.
Impara che la norma è che la mamma ci butti un occhio ogni venti minuti, e che poi stia lì a ticchettare con le dita o a scorrere lo schermo con sguardo bovino.
Impara che ovunque si vada il cellulare è lì, onnipresente, a punteggiare le ore e le giornate, mentre si gioca in giardino, quando si va a dormire, quando mamma e papà sono stravaccati sul divano dopo cena.
Impara, insomma, che il cellulare è la cosa più interessante che c’è.
E non è esattamente quello che vorrei trasmettere a mio figlio. Noi sappiamo che stiamo facendo mille cose diverse sul cellulare: leggere il giornale, guardare un video, imparare cose nuove su argomenti che ci stanno a cuore, prenotare le vacanze. Ma agli occhi di un bambino piccolo stiamo semplicemente fissando per tutto il tempo una scatolina illuminata.
Parlando di questo argomento con altri genitori, le reazioni (anche le mie) sono sempre piuttosto forti. Ecco alcune tra le cose che ho pensato, e abbiamo pensato tutti: non posso passare tutto il giorno a guardare attivamente mio figlio. C’è un limite alla quantità di tempo che sono in grado di dedicare a giocare con lui, a uscire, o a fare lavori di casa con lui a fianco. Ho bisogno di staccare la spina e di rilassarmi a fine giornata.
Tutte queste cose sono assolutamente vere. Ma a questo punto la domanda sorge spontanea: come caspita è possibile che ci sia così difficile mettere da parte un oggetto che fino a qualche anno fa NON ESISTEVA nelle nostre vite? Parliamo del nostro cellulare come se fosse qualcosa di indispensabile alla nostra sopravvivenza, ci indignamo all’idea di farne a meno anche per brevi periodi, quando fino a cinque anni fa, ed eravamo tutti già adulti, nemmeno avremmo mai immaginato di possederne uno. Io non ero genitore ai tempi, ma sono certa che sarei riuscita a cavarmela benissimo anche senza smartphone. E allora perché adesso l’idea di non guardarlo per tutto il giorno (oddio!) mi fa quasi iperventilare?
Il problema quindi è duplice e spinoso: come possiamo smettere di far passare il messaggio che lo smartphone è importantissimo quando ne siamo di fatto dipendenti?
Io una risposta non ce l’ho: la sto cercando e ancora non l’ho trovata. Nel frattempo, cerco di applicare qualche regola con me stessa, ovvero: quando Davide è sveglio uso il telefono solo se ho effettivamente l’esigenza di comunicare qualcosa a qualcuno, oppure se voglio fare una foto o un filmato; non lo porto con me ovunque vada in casa o in giardino; tassativamente non lo uso a tavola o quando lo metto a dormire. E per l’ora? Ho comperato un orologio, col cinturino e le lancette, che tra le altre cose, da togliere e rimettere, è anche un gioco molto interessante per un bimbo di un anno e mezzo.
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