Ci siamo, ci siamo…

Scusate la latitanza. Il fatto è che, ora che il tempo è magnifico, abbiamo un sacco da fare! Tra playdates, picnic, parco giochi e appuntamenti vari, l’intensa vita sociale del nostro pupo mi fa trottolare in giro per la Peninsula. Non che mi dispiaccia, dato che mi permette di vedere le mamme mie amiche e scambiare chiacchiere e consigli. Inoltre ho finalmente comperato la bici. Ovviamente sulle distanze della nostra cittadina non si può usare per fare ad esempio la spesa, ma per andare al playground più vicino certamente sì, e Davide apprezza molto il suo seggiolino iBert, dal quale osserva il paesaggio (e cerca di capire il funzionamento di marce e freni) mentre io pedalo.
In realtà i nostri piani sono piuttosto a breve termine, dato che tra un mesetto io e pupo torniamo in Italia per trascorrere l’estate col parentado e rivedere un po’ la patria. Se da una parte non vedo l’ora, dall’altra sarà difficile fare a meno dell’aiuto di Andrea con Davide (e poi mi mancherà moltissimo il mio maritino, ecco). Mi toccherà sfruttare la famiglia allargata, che credo si presterà volentieri a spupazzare un po’ il piccoletto. Piccoletto che ormai cammina da un mese (meglio tardi che mai) e ne approfitta per essere sempre più spericolato e indipendente. Un giorno quello che tenevo in braccio era un bebè, il giorno dopo improvvisamente era un bimbo: piccolo certo, ma… ecco, è proprio un toddler, che è come vengono chiamati qui, con un termine intraducibile che ben descrive il loro trotterellare allegro e incerto, i piccini che hanno appena imparato a camminare. E ora che abbiamo mosso i primi passi… chi ci ferma più?
image

Giocando con l’acqua allo splash pad del parco

Advertisements

Di telefoni furbi e mamme distratte

Inizio a scrivere questo post che abbiamo appena pranzato e Davide sta facendo il riposino. Io sono seduta al portatile e scrivo sulla tastiera, un’attività che recentemente è sempre più saltuaria per me. Non perché sia a digiuno di tecnologia, forse l’opposto: ormai per far qualunque cosa, dalla lista per la spesa a organizzare un playdate, da leggere un romanzo a tenermi in contatto con gli amici via social network, il canale preferenziale è lo smartphone, il mio fantastico e velocissimo Android.
Abbiamo, per casa, un piccolo telecomando che non funziona più, e lo abbiamo dato a Davide per giocare. Come ogni cosa ultimamente, è diventato il suo telefono: lo usa per chiamare “nonna”, ma non solo. Un giorno l’ho notato mentre cercava di infilare nel lato corto la presa del cavo che uso per caricare il mio cellulare. E recentemente ho notato che il suo “telefono” non è solo più per parlare, ma viene guardato e “cliccato”. A sedici mesi, Davide sta entrando in una fase di imitazione del mondo degli adulti, ed è normale che cerchi di fare quello che facciamo noi. Quello che mi ha fatto venire i brividi è stato riflettere su come un bimbo veda e rielabori il nostro rapporto con lo smartphone.
Dal mio punto di vista non si tratta di un discorso relativo ai contenuti: Davide non utilizza il mio telefonino o tablet per giocare, e non entrerò qui in merito a questa decisione, perché diventerebbe un post chilometrico.
E quel che voglio dire non è nemmeno che mi sento una “cattiva mamma che non caga il suo figlioletto”, anche se ultimamente la blogosfera anglosassone ha preso questo argomento molto a cuore, facendolo entrare ovviamente nelle cosiddette “mommy wars”, ovvero le gare su chi è una mamma migliore e perché: questo post riprende le mamme con lo smartphone sempre in mano, quest’altro cerca di riequilibrare la visione dell’argomento.
Siamo la primissima generazione di mamme che usa così tanto il cellulare per navigare sul web e restare in contatto col mondo. Soprattutto per una mamma (o un papà) a tempo pieno, e a maggior ragione per una come me che si è appena trasferita e non ha ancora un circolo consolidato di amicizie storiche, il telefono è una sorta di periscopio sul mondo. La comodità di ordinare pannolini e vestiti per il pupo online, di poter leggere un libro mentre lui dorme accanto a noi, di cazzeggiare su facebook senza il bisogno di star seduti davanti a un PC è notevole. I bambini piccoli infatti non amano che le mamme leggano libri di carta, stiano sedute davanti al PC senza farlo esplorare alle loro ditine curiose e via discorrendo. Un cellulare ha dimensioni e volumi perfetti: si porta con sé ovunque, si mette in tasca in un momento, se il bimbo ci vuol pasticciare lo si nasconde in un attimo e si può buttarci un occhio mentre si fa altro.
Il problema risiede nel fatto che quello che nasce come un periscopio sul mondo diventa in un attimo, e non solo per una mamma di professione, un’altra cosa: un cordone ombelicale.
Se facessi qualsiasi altra cosa con la frequenza con cui controllo quotidianamente il telefono, penserei di avere un problema. Tra chi possiede uno smartphone, alzi la mano chi non sa sempre con precisione dove si trovi. Alzi la mano chi è in grado di prendere in mano il telefono per controllare che ore sono senza poi dare un’occhiata a Facebook, controllare la mail, magari anche il feed rss e rispondere a qualche messaggio su whatsapp. Alzi la mano chi non ha mai fatto tardi col cellulare invece di dormire (e parlo di cose innocenti, non pensate subito male!), non l’ha mai portato in bagno per evitare di rileggere per l’ennesima volta la lista degli ingredienti dello shampoo, e via discorrendo.
E tutto questo è comodo, bello e giusto. Diventa un po’ meno giusto quando ci sono due piccoli occhi che osservano e imparano da ogni nostro gesto. Perché in fondo è questo che succede a un bambino piccolo, attraverso l’osservazione e l’imitazione: imparare a stare al mondo. E cosa impara relativamente al telefonino?
Impara che è davvero molto importante averlo sempre con sé o vicino.
Impara che la norma è che la mamma ci butti un occhio ogni venti minuti, e che poi stia lì a ticchettare con le dita o a scorrere lo schermo con sguardo bovino.
Impara che ovunque si vada il cellulare è lì, onnipresente, a punteggiare le ore e le giornate, mentre si gioca in giardino, quando si va a dormire, quando mamma e papà sono stravaccati sul divano dopo cena.
Impara, insomma, che il cellulare è la cosa più interessante che c’è.
E non è esattamente quello che vorrei trasmettere a mio figlio. Noi sappiamo che stiamo facendo mille cose diverse sul cellulare: leggere il giornale, guardare un video, imparare cose nuove su argomenti che ci stanno a cuore, prenotare le vacanze. Ma agli occhi di un bambino piccolo stiamo semplicemente fissando per tutto il tempo una scatolina illuminata.
Parlando di questo argomento con altri genitori, le reazioni (anche le mie) sono sempre piuttosto forti. Ecco alcune tra le cose che ho pensato, e abbiamo pensato tutti: non posso passare tutto il giorno a guardare attivamente mio figlio. C’è un limite alla quantità di tempo che sono in grado di dedicare a giocare con lui, a uscire, o a fare lavori di casa con lui a fianco. Ho bisogno di staccare la spina e di rilassarmi a fine giornata.
Tutte queste cose sono assolutamente vere. Ma a questo punto la domanda sorge spontanea: come caspita è possibile che ci sia così difficile mettere da parte un oggetto che fino a qualche anno fa NON ESISTEVA nelle nostre vite? Parliamo del nostro cellulare come se fosse qualcosa di indispensabile alla nostra sopravvivenza, ci indignamo all’idea di farne a meno anche per brevi periodi, quando fino a cinque anni fa, ed eravamo tutti già adulti, nemmeno avremmo mai immaginato di possederne uno. Io non ero genitore ai tempi, ma sono certa che sarei riuscita a cavarmela benissimo anche senza smartphone. E allora perché adesso l’idea di non guardarlo per tutto il giorno (oddio!) mi fa quasi iperventilare?
Il problema quindi è duplice e spinoso: come possiamo smettere di far passare il messaggio che lo smartphone è importantissimo quando ne siamo di fatto dipendenti?
Io una risposta non ce l’ho: la sto cercando e ancora non l’ho trovata. Nel frattempo, cerco di applicare qualche regola con me stessa, ovvero: quando Davide è sveglio uso il telefono solo se ho effettivamente l’esigenza di comunicare qualcosa a qualcuno, oppure se voglio fare una foto o un filmato; non lo porto con me ovunque vada in casa o in giardino; tassativamente non lo uso a tavola o quando lo metto a dormire. E per l’ora? Ho comperato un orologio, col cinturino e le lancette, che tra le altre cose, da togliere e rimettere, è anche un gioco molto interessante per un bimbo di un anno e mezzo.
image

Termiti!

Qualche tempo fa, sul davanzale della finestra in cucina è comparsa una misteriosa polvere marrone. Siccome la finestra si trova sopra il lavandino, inizialmente ho pensato si trattasse di caffè, rovesciato sbadatamente qualche mattina. Ma la polvere si riformava tutti i giorni, e, quando l’ho fatta notare ad Andrea, lui l’ha osservata e poi con grande preoccupazione mi ha annunciato: “mi sa che qui ci sono le termiti!”
Siccome in Italia al massimo si parla di tarli, e soprattutto non si è usi abitare in case costruite in legno, la nostra unica nozione in merito era quella che le termiti distruggono TUTTO e avevamo il terrore che presto la casa sarebbe sbriciolata sotto i nostri occhi. Ci siamo quindi affrettati a comunicare la nostra scoperta all’agenzia che ci affitta la casa, che ha preso la cosa con una flemma notevole e ciò ci ha in quache modo rassicurati.
Dopo qualche settimana, siamo stati contattati dall’agenzia incaricata di effettuare un sopralluogo da parte del property management. Si è presentato alla nostra porta un signore attrezzatissimo, che per due ore ha frugato in ogni anfratto (ovviamente, nonostante avessi passato il giorno prima a sistemare, la casa sembrava comunque un luogo in preda a fenomeni di poltergeist). Ha bussato alle pareti dentro e fuori, si è recato nel sottotetto con una scala telescopica e, attraverso una botola di cui noi ignoravamo completamente l’esistenza, si è fatto un giretto anche nelle fondamenta. Il verdetto è stato chiaro: più colonie di termiti sia in casa sia sotto. Mi ha spiegato che il loro metodo le debella attraverso “iniezioni” nella struttura della casa di sostanze non tossiche per l’uomo, quindi di non preoccuparci, e via discorrendo.
Passata una decina di giorni, siamo stati contattati da un’altra azienda. I proprietari della casa, infatti, volevano un secondo parere (probabilmente il primo preventivo era troppo alto) e hanno chiesto al property management di far effettuare una perlustrazione a un’agenzia di loro fiducia. Il signore di quest’ultima è stato decisamente più sbrigativo: ha osservato i punti incriminati e ha decretato: “sì, sono termiti!”. Ci ha spiegato che la loro agenzia procede col metodo classico che si adotta in questi casi, ovvero la fumigazione. La casa viene coperta completamente da un enorme tendone nel quale vien sparato un gas (cloruro di solforile). Bisogna portare via ogni forma vivente dalla casa e il cibo deve essere sigillato in speciali sacchetti. La casa poi non è abitabile per tre giorni. Nonostante trascorso questo periodo si possa tranquillamente tornare ad abitarci, perché il gas si volatilizza, ci sono alcuni studi che dimostrano come questo modus operandi abbia un impatto climatico non indifferente, senza contare il fatto che è difficile trovare fonti ufficiali che dimostrino l’effettiva sicurezza del metodo, a parte la parola di chi lo usa e il fatto che sia utilizzato da decenni. Lo stesso può ovviamente dirsi delle sostanze che la prima agenzia utilizza per operare direttamente nei muri, ma ovviamente, trattandosi di un uso topico, sarebbe molto diverso che avere tutta la casa completamente immersa in un gas letale.
Ad ogni modo, tutto questo è avvenunto più di un mese fa e ancora non sappiamo quale sarà il nostro destino. I padroni di casa non hanno ancora preso una decisione in merito: da una parte, forse il preventivo per una fumigazione è più basso, dall’altra ovviamente ci dovrebbero essere rimborsate le spese per le notti che dovremmo trascorrere in albergo, nel caso in cui si scegliesse questa opzione.
Nel frattempo, sul davanzale della cucina ho messo una pianta di rosmarino per uso culinario, e più o meno nello stesso periodo in quell’area le termiti hanno smesso di fare i loro bisognini. Sarà una coincidenza? Dovrei provare anche negli altri punti infestati, se non fosse che una pianta di rosmarino appoggiata in terra in camera da letto e un bambino di quasi un anno e mezzo non sono proprio compatibili.
Che dire? Staremo a vedere…