Guidare in Silicon Valley

A diciotto anni, come quasi tutti i miei connazionali, ho preso la patente italiana. Ho guidato per un breve periodo della mia vita in cui era indispensabile: di giorno facevo la baby sitter e potevo usare i mezzi, la sera invece lavoravo al pub e alle cinque del mattino non era proprio il caso di rientrare con la 91. Non ho però mai amato stare al volante e, smesso a vent’anni il lavoro
notturno, ho smesso anche di usare l’auto. Meno guidavo e meglio stavo. Fino a un mesetto fa solo il pensiero di mettermi al volante mi faceva sudare le mani e aumentare le pulsazioni (non è una metafora, letteralmente).
Dopo quindici anni, come sapete, ho dovuto rifare la patente, questa volta in California e con l’idea di sfruttarla. Vivere fuori città infatti è davvero impossibile senza usare l’auto. Così ho dovuto prendere il coraggio a due mani e affrontare la mia grande paura. Mi son detta: “sono stata in grado di fare un bambino e di crescerlo senza tropi danni fino ad ora, ho lavorato per anni su transazioni bancarie da migliaia di euro, possibile che mi faccia in crisi da qualcosa che sono in grado di eseguire anche i personaggi meno svegli?”
E ovviamente, dopo le primissime esperienze, è andato tutto alla stragrande. Non solo perché guidare si impara e non si dimentica, ma anche perché qui in America e in particolare fuori città guidare è veramente semplice.
Partiamo dal fatto che le auto sono quasi esclusivamente col cambio automatico. Mi chiedo: ma perché invece in Europa no? Che siamo, tutti piloti di formula uno? Perché complicarsi la vita cambiando in continuazione la marcia quando l’auto può farlo benissimo da sola? Non ho ancora trovato una spiegazione convincente a questa faccenda.
Parliamo poi del clacson e il suo (non) utilizzo. A Milano ogni occasione è buona per pigiare come dei forsennati, in particolare se non si scatta come centometristi appena il semaforo diventa verde. In realtà il clacson poi serve solo ad attirare l’attenzione del guidatore che intralcia, che verrà in seguito minacciato sia con epiteti e patronimici vari sia con una gestualità stile danza da guerra maori (sul genere “levati maledetto cornuto, oppure userò le tue budella come collana”). Inutile dire che qui il clacson si sente pochissimo e la gente si mette al volante con tutto un altro atteggiamento.
Terzo punto, che amo particolarmente: a meno di esplicito divieto, a semaforo rosso la svolta a destra è sempre lecita (dopo aver ovviamente dato la precedenza a chi ce l’ha e ai pedoni). Non sto nemmeno a spiegarvi quanti ingorghi eviti questa semplicissima regola del codice della strada; d’altra parte mi rendo conto che a Milano, se fosse in vigore, conteremmo più pedoni spiaccicati che piccioni, sempre a causa dell’amichevole atteggiamento del milanese imbruttito al volante. Qui il pedone è sacro: finalmente, dopo sei mesi, iniziamo anche noi ad attraversare serenamente sulle strisce, senza sentire la necessità di correre o di sprofondarci in inchini di gratitudine all’automobilista di turno per non averci arrotato.
Tutto rose e fiori, quindi? Ovviamente no. C’è qualcosa che tuttora mi terrorizza e che influenza un po’ la mia vita: l’autostrada. Non solo perché la gente in effetti va veloce e fa un po’ la pazza, a volte, anche se sempre infinitamente meno che in Italia. Il vero problema è un altro. Per immettersi su un’ autostrada italiana si da la precedenza a chi la sta già percorrendo, quindi si entra in rampa a una velocità moderata e poi si aspetta il proprio turno. Qui invece, ohimè, si ha la precedenza in ingresso. Questo vuol dire che in rampa si inizia ad accelerare selvaggiamente per portarsi a una velocità simile a quella finale e poi, urlando BANZAIIIIIIIIII, ci si immette a tutta birra sull’autostrada stessa. Chi sta arrivando lo sa e ci darà la precedenza. Ovviamente, nel nostro cervello di italiani, chi sta arrivando continua ad arrivare e, mentre entriamo in corsia recitando una preghiera, scorrono davanti ai nostri occhi scene apocalittiche e i titoli dei quotidiani del giorno dopo. Molto molto rilassante davvero. Se aggiungiamo a questo il fatto che di solito le uscite dall’autostrada stessa sono qualche metro dopo l’entrata, si può facilmente immaginare come questi punti assomiglino a scene di fast and furious (anche per la tamarraggine di alcune auto). Conclusione: spesso, prima di partire, devo convincere il navigatore che no, l’autostrada per una sola uscita o due non la prendo, e che piuttosto mi faccio il Camino Real a passo d’uomo.
Insomma: guidare in Silicon Valley è meglio di guidare in Italia nel 90% dei casi; per il restante 10% è quella che mi sento di definire come una “near death experience”.

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