[Elenchi] Cinque differenze tra essere genitori in Italia e in California

Dopo più di sei mesi qui, ormai sono abbastanza scollegata dalla vita “con figli” all’italiana. Vero è che di famiglie puramente yankee da queste parti se ne vedono pochine, ma le cose relative ai bambini, il modo di interagire con loro e le leggi che li riguardano sono diversi e ormai siamo abituati a come si fa qui. Essendo immersa in questa realtà, ci pensa il mondo dei social network a farmi sbirciare in patria e mostrarmi, o ricordarmi, usanze e modi di fare diversi.
5) Quando, nei gruppi di genitori italiani su Facebook, un bambino ha la febbre o si fa male, anche in modo non grave, e il pediatra non c’è, la mamma o il papà in questione si interrogano: lo porto al pronto soccorso?
Negli Stati Uniti il pronto soccorso è (come abbiamo imparato subito) l’ultima spiaggia a cui ricorrere in caso di pericolo di vita, o al limite, se proprio prende il panico, la notte. Per tutto il resto c’è l’urgent care. Al pronto soccorso si rischiano tempi di attesa anche molto lunghi (non l’ideale con un bambino) e i soliti prezzi stellari delle assicurazioni che, se la faccenda non era davvero urgente, potrebbero decidere di non rimborsare la prestazione. (Per chi sta per obiettare che anche in Italia si paga il ticket per il codice bianco: si tratta di ben altre cifre.)
4) A volte mi capita di vedere foto in cui si vedono bambini piccoli in auto col seggiolino rivolto in avanti. Qui fino ai 2 anni è obbligatorio che i bimbi viaggino all’indietro e anche dopo è fortemente consigliato. In generale la sicurezza dei piccoli in auto è un argomento molto molto sentito (giustamente) ed è possibile, ad esempio, rivolgersi a consulenti specializzati o alla più vicina stazione dei Vigili del Fuoco per imparare ad agganciare correttamente il seggiolino.
3) Qui i bambini sono ritenuti molto più autonomi dei loro “colleghi” italiani, e ne abbiamo un esempio ogni volta che andiamo al mare. L’oceano, per quanto Pacifico, spesso presenta comunque onde molto alte, di sicuro molto più del Mediterraneo, eppure si vedono sempre svariati bimbetti alti un soldo di cacio che corrono avanti e indietro sul bagnasciuga divertendosi come matti. I genitori se ne stanno per i fatti loro e li controllano da lontano. In Italia una scena del genere sarebbe inimmaginabile.
2) Negli Stati Uniti circa la metà della popolazione maschile è circoncisa di routine dalla nascita. A parte i motivi religiosi, questa pratica pare risalire ai tempi puritani in cui ci si doveva toccare le parti intime il meno possibile, e quindi anche l’igiene doveva essere velocissima. Esulando dalla circoncisione rituale, non entro nel merito delle motivazioni, spesso risibili, che vengono portate oggi dai genitori che fanno questa scelta (che possono essere comunque più o meno riassunte con “in Africa i non circoncisi hanno più infezioni” e “poi a scuola lo prenderanno in giro nello spogliatoio”); fatto sta che i numeri di questo intervento sono in forte calo tra le nuove generazioni. Nei gruppi Facebook, questa volta a stelle e strisce, c’è quindi sempre una mamma in grande paranoia su come si debba lavare un neonato non circonciso: un problema che in Italia di solito non sussiste proprio, a parte qualche pediatra vecchio stampo che ohimè a volte ordina ancora la “ginnastica”. (La risposta giusta, come si legge in questo articolo di UPPA, è: si pulisce come si pulirebbe un dito, senza ritrarre nulla).
1) Last but not least, troviamo una questione di etichetta tra mamme al playground. La tipica conversazione al parco giochi presenta una sostanziale differenza, alla quale, a dire il vero, devo ancora fare l’abitudine. In Italia si rompe il ghiaccio con qualche domanda di rito (“quanto tempo ha?”) e poi si parla sostanzialmente del proprio bimbo o bimba. Qui invece si parla dell’altro, si osserva e ci si complimenta: alla propria prole si dedicano giusto due paroline descrittive, o si risponde alle relative domande e ai complimenti dell’interlocutrice. Insomma io, da mamma italiana orgogliosa, devo stare attenta a non far figuracce partendo in quarta con uno dei miei sproloqui sul Davide, su quanto è curioso, simpatico, scatenato eccetera eccetera. O forse questo mio tratto dovrei imparare a tenerlo sotto controllo anche in Italia 🙂
E voi? Avete notato qualche differenza di questo tipo, vivendo all’estero o recandovici in viaggio?

20140424-022850.jpg

Farmer’s market: il mercato a stelle e strisce

Mi sembra incredibile non aver ancora dedicato un post a uno degli appuntamenti fissi della nostra vita quaggiù, eppure è così: non vi abbiamo ancora raccontanto molto dei farmer’s market.
Come spiega il titolo del post, si tratta del mercato, simile a quello che conosciamo in Italia ma con qualche differenza.
Innanzitutto, perlomeno qui in Bay Area, la maggior parte dei farmer’s market avviene nel weekend, quindi di sabato o di domenica. Ovviamente ciò è molto comodo, perché così anche chi lavora in settimana può sfruttare questo tipo di servizio.

20100822-IMG_1636

In secondo luogo, contrariamente a quanto avviene in Italia, al mercato si comprano quasi esclusivamente generi alimentari (fa eccezione il banco dell’arrotino e qualche banchetto informativo).
Terzo punto: il farmer’s market non è semplicemente una buona occasione per fare la spesa, o meglio, non solo: è un modo piacevole di passare un sabato o una domenica mattina, facendo quattro passi, assaggiando frutta e verdura, magari assistendo a qualche performance di musicisti locali e concludendo con un buon pranzetto a uno dei vari food cart, che sono sempre numerosi e buoni. La cucina che offrono è abbastanza legata alle comunità presenti nella zona, quindi qui si trova spesso l’Oaxaca Kitchen Mobile, che propone cibo messicano, svariate opzioni vegetariane, crudiste e vegan, food truck di cucina indiana e via discorrendo.
Frutta e verdura biologiche la fanno da padrone, anche se sono presenti banchi di agricoltura convenzionale. I prezzi sono spesso concorrenziali rispetto alle catene come WholeFoods, i prodotti sono quelli di stagione e, come avviene in Italia, all’avvicinarsi dell’orario di chiusura iniziano gli sconti.

California Ave Farmers MarketIl mercato è self service: ogni banco ha i suoi stand disposti in modo da consentire l’accesso in modo semplice al cibo. Si prende il sacchettino, ci si serve e si porta tutto alla cassa. Praticamente a tutti i banchi ci sono delle vaschette dove si trova frutta o verdura già tagliata per poterla assaggiare. Se non è presente per quel tipo particolare che interessa a noi, basta chiedere al personale, che è sempre felice di aiutare nella scelta e di far gustare i propri prodotti.
Ovviamente impazzano i bambini e le famigliole, quindi è vietato farsi prendere dalla fretta. Anche perché di solito il farmer’s market si trova in una zona con negozi e ristoranti, quindi è anche carino curiosare tra le vetrine oltre che sulle bancarelle!
Insomma, se vi dovesse capitare di visitare questa zona, vi consigliamo vivamente di provare questa esperienza. Per trovare quello più vicino potete consultare il sito web dell’Associazione dei Farmers Market della San Francisco Bay Area.

Guidare in Silicon Valley

Guidare in Silicon Valley

A diciotto anni, come quasi tutti i miei connazionali, ho preso la patente italiana. Ho guidato per un breve periodo della mia vita in cui era indispensabile: di giorno facevo la baby sitter e potevo usare i mezzi, la sera invece lavoravo al pub e alle cinque del mattino non era proprio il caso di rientrare con la 91. Non ho però mai amato stare al volante e, smesso a vent’anni il lavoro
notturno, ho smesso anche di usare l’auto. Meno guidavo e meglio stavo. Fino a un mesetto fa solo il pensiero di mettermi al volante mi faceva sudare le mani e aumentare le pulsazioni (non è una metafora, letteralmente).
Dopo quindici anni, come sapete, ho dovuto rifare la patente, questa volta in California e con l’idea di sfruttarla. Vivere fuori città infatti è davvero impossibile senza usare l’auto. Così ho dovuto prendere il coraggio a due mani e affrontare la mia grande paura. Mi son detta: “sono stata in grado di fare un bambino e di crescerlo senza tropi danni fino ad ora, ho lavorato per anni su transazioni bancarie da migliaia di euro, possibile che mi faccia in crisi da qualcosa che sono in grado di eseguire anche i personaggi meno svegli?”
E ovviamente, dopo le primissime esperienze, è andato tutto alla stragrande. Non solo perché guidare si impara e non si dimentica, ma anche perché qui in America e in particolare fuori città guidare è veramente semplice.
Partiamo dal fatto che le auto sono quasi esclusivamente col cambio automatico. Mi chiedo: ma perché invece in Europa no? Che siamo, tutti piloti di formula uno? Perché complicarsi la vita cambiando in continuazione la marcia quando l’auto può farlo benissimo da sola? Non ho ancora trovato una spiegazione convincente a questa faccenda.
Parliamo poi del clacson e il suo (non) utilizzo. A Milano ogni occasione è buona per pigiare come dei forsennati, in particolare se non si scatta come centometristi appena il semaforo diventa verde. In realtà il clacson poi serve solo ad attirare l’attenzione del guidatore che intralcia, che verrà in seguito minacciato sia con epiteti e patronimici vari sia con una gestualità stile danza da guerra maori (sul genere “levati maledetto cornuto, oppure userò le tue budella come collana”). Inutile dire che qui il clacson si sente pochissimo e la gente si mette al volante con tutto un altro atteggiamento.
Terzo punto, che amo particolarmente: a meno di esplicito divieto, a semaforo rosso la svolta a destra è sempre lecita (dopo aver ovviamente dato la precedenza a chi ce l’ha e ai pedoni). Non sto nemmeno a spiegarvi quanti ingorghi eviti questa semplicissima regola del codice della strada; d’altra parte mi rendo conto che a Milano, se fosse in vigore, conteremmo più pedoni spiaccicati che piccioni, sempre a causa dell’amichevole atteggiamento del milanese imbruttito al volante. Qui il pedone è sacro: finalmente, dopo sei mesi, iniziamo anche noi ad attraversare serenamente sulle strisce, senza sentire la necessità di correre o di sprofondarci in inchini di gratitudine all’automobilista di turno per non averci arrotato.
Tutto rose e fiori, quindi? Ovviamente no. C’è qualcosa che tuttora mi terrorizza e che influenza un po’ la mia vita: l’autostrada. Non solo perché la gente in effetti va veloce e fa un po’ la pazza, a volte, anche se sempre infinitamente meno che in Italia. Il vero problema è un altro. Per immettersi su un’ autostrada italiana si da la precedenza a chi la sta già percorrendo, quindi si entra in rampa a una velocità moderata e poi si aspetta il proprio turno. Qui invece, ohimè, si ha la precedenza in ingresso. Questo vuol dire che in rampa si inizia ad accelerare selvaggiamente per portarsi a una velocità simile a quella finale e poi, urlando BANZAIIIIIIIIII, ci si immette a tutta birra sull’autostrada stessa. Chi sta arrivando lo sa e ci darà la precedenza. Ovviamente, nel nostro cervello di italiani, chi sta arrivando continua ad arrivare e, mentre entriamo in corsia recitando una preghiera, scorrono davanti ai nostri occhi scene apocalittiche e i titoli dei quotidiani del giorno dopo. Molto molto rilassante davvero. Se aggiungiamo a questo il fatto che di solito le uscite dall’autostrada stessa sono qualche metro dopo l’entrata, si può facilmente immaginare come questi punti assomiglino a scene di fast and furious (anche per la tamarraggine di alcune auto). Conclusione: spesso, prima di partire, devo convincere il navigatore che no, l’autostrada per una sola uscita o due non la prendo, e che piuttosto mi faccio il Camino Real a passo d’uomo.
Insomma: guidare in Silicon Valley è meglio di guidare in Italia nel 90% dei casi; per il restante 10% è quella che mi sento di definire come una “near death experience”.

[Elenchi] Cinque cose che solo chi ha frequentato la steineriana capirà

Premessa: questo post in effetti probabilmente farà sorridere solo alcuni dei miei lettori. Per gli altri probabilmente non vorrà dire un granché. Chiedo venia 🙂
Come forse sapete, ho frequentato la scuola steineriana di Milano dall’asilo alla terza media.
In merito alla mia esperienza di (ex) allieva potete leggere sul blog di WhyMum.
Qui sotto trovate un amarcord molto meno serio con cui forse si potranno identificare altri compagni di scuola 🙂

 

5) Quando vien fuori che scuola frequenti: “Stain…eh? Ah, la scuola di Berlusconi!”

 

4) L’inspiegabile effetto del saluto mattutino da parte dell’insegnante di turno

 

 

 

 

 

 

 

3) La sensazione della creta che si asciuga sotto le unghie dopo l’ora di modellaggio

 

2) Cosa succede davvero a  lavoro manuale

 

1) Quando qualcuno ti chiede: “Senti, ma mi spieghi bene che cos’è questa euritmia?”