Ti ho sposato per allegria

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Un anno fa pioveva di brutto su Palazzo Reale e i nostri pantaloni erano tutti bagnati in fondo. Non avevo un bouquet o un vestito elegante, ma Davide dormiva in fascia appoggiato sul mio cuore e indossavo il mio maglione portafortuna regalato da Laura.
I nostri invitati erano nove, convocati via SMS tre giorni prima: il parentado. Durante la cerimonia, io non riuscivo a smettere di ridere per la colonna sonora new age fornita dal comune (Enya, per la precisione).
Dopo, mentre andavamo a far merenda alla California Bakery per festeggiare, tu mi hai guardata e hai esclamato: “Ci siamo sposati! Che lol!”
Il matrimonio non era nei nostri piani, e certo ci siamo sposati per le formalità dell’espatrio. Ma è stata una cerimonia allegra, e abbiamo tutti e due il ricordo di una bellissima giornata.
Buon primo anniversario, amore mio ❤

(La foto è di Clio, ma io l’ho pasticciata e croppata [Clio, perdonami!])

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Sei mesi

Sei mesi

Siamo alla fine di marzo. Anche questo mese è volato e ormai la primavera sembra arrivata, anche se in questi giorni piove. Abbiamo trascorso qualche giorno in montagna, nella zona del lago Tahoe, rispolverando maglioni, giacche e scarponcini da passeggiata. La montagna qui è molto diversa da quella a cui sono abituata io, ma ugualmente bella e maestosa.
Sfogliando la cartella dei video del cellulare, ne ho trovato uno di Davide girato i primissimi giorni a Palo Alto: com’era ancora piccino e impacciato nei movimenti! Mi ha davvero dato la misura del fatto che son passati sei mesi dal nostro arrivo.
È strano, perché non posso certo dire che siano stati sei mesi facili o poco impegnativi, soprattutto quelli iniziali. Ci sono stati moltissimi momenti in cui il tempo era immobile. Eppure sembra passata solo una settimana o poco più da quando, stravolti dal viaggio, cercavamo di riprenderci dal fuso orario nella casa temporanea. Sarà che le stagioni qui sono davvero molto meno scandite che da noi, e da qualche parte dentro di me resiste la convinzione che l’inverno debba ancora arrivare.
Ad ogni modo è passato mezzo anno, e in realtà molto è cambiato. Davide cresce ed evolve. Io ho imparato a non aver paura al volante (tranne in autostrada). Ormai fare la spesa inizia a perdere quel sentore di novità a ogni scaffale e sta diventando una questione di abitudini.
Presto ci sarà un rientro in patria per l’estate. Lo confesso, io non vedo l’ora. Ma vedere Davide felicissimo di esser tornato qui dopo i tre giorni in montagna mi ha commossa e fatto pensare che ora “casa” è una cosa diversa per lui da quel che è per me o per Andrea. Coincideranno poi mai queste sensazioni? Chissà.

Money money money…

Quando abbiamo saputo che saremmo venuti a vivere negli Stati Uniti, abbiamo chiesto qualche dritta a un amico di Andrea che ha fatto il salto qualche anno fa. Uno tra i consigli più utili è stato quello di portarci avanti e aprire subito un conto corrente americano. Siamo quindi entrati, ancora in Italia, nel bizzarro mondo della gestione del danaro a stelle e strisce, per alcuni versi molto differente da quella italiana.
Innanzitutto, come del resto è noto, gli americani amano le carte di credito alla follia. Qualunque entità commerciale cercherà di farvi aprire una carta di credito con loro (ogni volta che faccio acquisti da Gap mi devo difendere dalla loro aggressivissima politica in questo senso). Ma attenzione! Innanzitutto ricordate che qualunque movimento delle vostre carte di credito andrà a influire sul fatidico credit score. In secondo luogo, sappiate che il pagamento del debito spetta a voi. Mentre in Italia la cifra viene scalata automaticamente dal vostro conto corrente tramite RID il tal giorno del mese, qui questo non avviene. Dovete essere voi a comunicare alla banca che desiderate pagare “tutto e subito”. Il motivo è semplice: teoricamente potreste pagare anche solo un importo minimo e poi dilazionare il debito nei mesi successivi. In pratica, ripaghereste il vostro debito a rate, ovviamente con i relativi interessi. Questo tipo di carta di credito in Italia si chiama “revolving” e personalmente la trovo una specie di trappola stile sabbie mobili per chi vuol permettersi un tenore di vita a cui non potrebbe in realtà aspirare. In questo modo è possibile accumulare debiti su debiti per un periodo di tempo spaventoso. Ecco spiegate poi le pubblicità radiofoniche su come alleggerire e accorpare le rate e via discorrendo.
Una seconda cosa che ci ha fatto, e ci fa tuttora, trasecolare è l’utilizzo smodato e surreale di un metodo di pagamento che in Italia e in Europa sta giustamente scomparendo: l’assegno. Premesso che il bonifico è una specie di chimera da queste parti, all’apertura del conto corrente si riceve un mazzetto di carnet assegni, che poi vengono usati per pagare ogni cosa, dall’affitto di casa ai cupcakes. L’esempio più eclatante? Al parcheggio di una spiaggia che amiamo, il cui costo è di 10 dollari per la giornata, non sempre è presente il ranger nella guardiola. Se non c’è, si può
inserire il danaro in una busta e infilarla nella cassetta di ferro apposita. Lo avrete già capito da soli: contante, oppure assegno. Per i dieci dollari del parcheggio.
Poi dice che la foresta amazzonica disboscata…!

[Elenchi] Cinque “cose dell’altro mondo” che non riusciamo a smettere di mangiare

Prima di partire per gli Stati Uniti, più di una volta è capitato che ci sentissimo dire: “Allora d’ora in poi farete la dieta americana! Piena di schifezze, mangerete solo hamburger e patatine!”
Nonostante sapessimo bene che quest’area è ottima, invece, per gli amanti della buona tavola, devo ammettere che pensavamo sarebbe stato più arduo trovare, ad esempio, una buona pasta o la passata di pomodoro. Invece siamo in California da più di cinque mesi ormai, e abbiamo capito una cosa: in questo bellissimo stato, col suo clima così particolare e la sua popolazione così internazionale, volendo è possibile mangiare esattamente come in Italia.
Però…parliamoci chiaro: ma che senso ha trasferirsi mezzo globo più in là e continuare a replicare all’infinito la cucina di casa propria? Non so se ve l’abbiamo raccontato ma, quando prepariamo i nostri viaggi, Andrea ed io stiliamo accurati elenchi dei luoghi dove mangiare, setacciando la rete alla ricerca delle specialità locali e dei posti migliori dove provarle. E ora che viviamo all’estero siamo felici e curiosi di vedere come e cosa si mangia qui, e tuttora ci aggiriamo con gli occhi spalancati al supermercato e ai farmer’s market. Viva le contaminazioni!
Per brevità ho scelto di ricorrere al “solito” elenco da cinque, anche se ovviamente ci sarebbe molto di più da raccontare.

5) Al food truck di cucina messicana del mercato domenicale, una delle prime cose che ho assaggiato mesi fa è stata l’horchata: una bevanda a base di riso tritato e lasciato in infusione in acqua con spezie varie. Colpo di fulmine. Ne berrei a litri ogni giorno! Con l’orzata italiana condivide solo il nome. L’horchata de arroz fa parte di quelle che in Messico e centroamerica si chiamano aguas frescas: bibite analcoliche molto rinfrescanti, ideali per combattere l’arsura.
4) Yam. In Italia le batate, o patate dolci, sono decisamente poco diffuse, se non nei negozi etnici. Ed è un peccato, perché questo tubero è buonissimo e versatile, oltre a possedere interessanti qualità salutari. Quest’inverno abbiamo preparato diverse volte una fantastica vellutata di yam e recentemente abbiamo scoperto che ci si possono fare anche ottime frittelle o semplicemente passarle al forno con olio e rosmarino.
3) O si ama o si odia, e noi lo amiamo: è il burro d’arachidi. Punto fisso delle merende dei bambini americani nel cosiddetto PBJ (peanut butter and jelly sandwich), consumiamo questa pasta spalmabile, bisunta e gustosa in quantità decisamente più moderata. Soprattutto lo maciniamo al momento, a partire da arachidi bio e non GMO verified, perché ovviamente in caso contrario è quasi certo che si vada incontro ad alimenti con ingredienti che in Italia non esistono o sono fuorilegge. Questo vale un po’ per molti aspetti dell’alimentazione, ma l’argomento è ampio e merita un post dedicato.
2) Io non bevo alcolici. Ogni tanto mi concedo una cola, ma, allattando, non è il massimo della vita, senza contare che il colorante caramello che viene utilizzato fa un po’ male. Qui invece ho scoperto la cosiddetta ginger beer, simile ma non molto ai nostri “gingerini”. In particolare, ho scovato una marca che abbonda con lo zenzero (quindi la bibita è bella piccantina come piace a me) ma non con gli additivi schifosi. Certo, si tratta sempre di una bibita zuccherata e gasata, quindi cerco di non abusarne, ma una volta ogni tanto una bella ginger beer gelata è proprio una soddisfazione!
1) Se seguite qualche serie tv americana avrete sicuramente visto sulle tavole dei protagonisti le bottiglie di una salsa dal nome complicato: Sriracha. Conosciuta anche come Rooster sauce per via del gallo che campeggia sul flacone, è un condimento di origine thailandese. La versione americana è (pare) più piccante dell’originale, al punto che la municipalità californiana in cui risiede la fabbrica ha portato in tribunale l’azienda produttrice, a seguito delle numerosissime lamentele relative a problemi respiratori e agli occhi da parte dei cittadini. Il processo è atteso per novembre di quest’anno; nel frattempo, anche in questo caso, ci orientiamo su versioni domestiche o prodotte in piccole quantità e con ingredienti per quanto possibile bio.

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