[Elenchi] Cinque peccati (ambientali) di una mamma “crunchy”

Chiamala crunchy, granola, hippie…In italiano è la mamma fricchettona, ovvero quella mamma che fa scelte un po’ diverse dalla media e ricade così in questo grande calderone.
Il livello a cui si diventa un genitore “peace and love” infatti può variare molto, non solo a seconda delle pratiche che si decide di adottare, ma anche di chi valuta: in Italia spesso basta allattare al seno per più di sei mesi e usare le fasce portabebè per esser guardate come se si arrivasse dall’Africa nera, mentre qui in California, patria putativa dei fricchettoni, ci si qualifica a livelli decisamente superiori.
Su questo argomento, per chi mastica l’inglese, ecco il link a un divertente post  del blog Parenting: illustrated with crappy pictures.
Nonostante io mi rispecchi decisamente in queste descrizioni e cerchi sempre di trovare la strada più sostenibile, ci sono alcune cose a cui non sono (ancora?) riuscita a rinunciare e che mi rendono decisamente mainstream e poco ecologica.

5) Nonostante in California non sia affatto indispensabile, possiedo, e uso più volte a settimana, un’asciugatrice. Dopo una vita di stendini in ingressi e corridoi, non riesco proprio a fare a meno del piccolo miracolo di avere panni lavati e asciutti nella stessa giornata.

4) Visto che ho l’asciugatrice, voi altre mamme fricchettone direte: beh, certo, coi lavabili… E invece no. Nonostante i buoni propositi iniziali, utilizziamo pannolini usa e getta. Le mamas di qui li chiamano “sposies”, da disposable diapers, una contrazione a metà tra il carino e il disgustato.

3) Un male necessario, ma che mi fa comunque sentire un po’ in colpa è aver bisogno di due auto in famiglia. A Milano ne avevamo solo una, che usavamo pochissimo. Qui, purtroppo, i mezzi pubblici non consentono gli spostamenti agili della cara vecchia ATM . A onor del vero, una delle due macchine è ibrida, but still.

2)  Davide è, a tavola, in una fase newtoniana: il cibo è più interessante per esperimenti relativi alla gravità piuttosto che da mangiare. E, a fine pasto, io non ce la faccio proprio a usare il cencio di tessuto e scrollarlo ogni volta in pattumiera o lavandino. Ci metto mezz’ora. Quindi uso quotidianamente una quantità vergognosa di carta da casa: in due minuti tiro su e butto tutto, sentendomi al contempo una cacca verso gli alberi, le risorse, gli animali, gli ecosistemi (anche se ovviamente si parla di carta riciclata).

1) Quando c’è la De Cecco in offerta, non c’è pasta integrale/di farro/ di quinoa/ di grani antichi sacri e colti in una notte di luna piena che tenga: ci presentiamo alle casse di wholefoods col carrello colmo di scatole blu e lo sguardo allucinato del tossicodipendente.

E voi? Quali sono le vostre abitudini non proprio eco-friendly a cui però non riuscite a rinunciare?

NB: Di palo in frasca, un saluto agli amici del radio show L’Italia chiamò: avrei dovuto essere in collegamento con loro oggi, ma Davide è decisamente troppo vivace per una diretta radiofonica! Seguiteli, però, perché son proprio simpatici.

[Ghe pensi mi!] Sfrizzolini per il bagno

Il nostro pupo Davide è un entusiasta di tante cose, e in particolare adora l’elemento acqua. Dal suo primo bagnetto più di un anno fa, alle nuotate nel lago la scorsa estate, ai quotidiani lavaggi di manine che la vita attiva in giardino impone, non c’è divertimento più grande per lui. A turno, quindi, Andrea ed io facciamo da bagnini ai suoi lavacri serali.
Spesso però il bagno ha come effetto collaterale di galvanizzarlo ancor di più del solito (se possibile!), ma esiste qualcosa che lo aiuta a rilassarsi e a rallentare un po’: il profumo di lavanda. Siccome non ci piacciono gli aromi sintetici, abbiamo acquistato alcune volte la ballistica Lush per i bimbi, la Ickle Baby Bot (in Italia si chiama Ufo Robò). Però insomma, diciamocela tutta: io voglio tanto bene a Lush, ma per una cosa che si scioglie in vasca in meno di un minuto netto, tutti quei soldini sono un po’ uno schiaffo alla miseria. Soprattutto perché gli ingredienti delle ballistiche sono abbastanza semplici.
Il passaggio successivo della mia mente contorta? Ma cimentarmi io stessa nella preparazione, mi pare logico… ho quindi ordinato su Amazon tutto il necessario: bottiglia spray, bicarbonato, acido citrico, colorante alimentare blu, olio essenziale di lavanda (la versione originale prevede anche quello di sandalo, ma andate un po’ a vedere quanto costa l’OE di sandalo, su).
Poi, tutta presa dal sacro fuoco, e volendo creare le ballistiche più tonde del mondo, ho acquistato (credo) l’oggetto più inutile mai inventato. Si tratta di una specie di arnese che serve a dar forma palle di neve perfettamente sferiche. Su Amazon lo davano per ottimo per questo genere di lavoro.
Prima di mettermi all’opera, ho scelto di non fare come mio solito alla carlona, ma di seguire qualcuno che ci avesse già provato: la scelta è caduta sul procedimento che trovate qui.
Non avendo al momento in casa i sali di Epsom, ho usato il comune sale da cucina.
Ecco quindi, a metà ricetta, i miei ingredienti solidi e liquidi pronti a essere mischiati

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Ovviamente, che ve lo dico a fare? il coso per fare le palle di neve non è servito a niente. Oh, io ci ho provato! Ma la manualità richiesta mi sa che è un po’ superiore alla mia: ogni volta che provavo ad aprire la tenaglia, la fragile sfera che si era formata si sbriciolava miseramente.
Mi ritrovavo quindi con questa ciotolona di bicarbonato e acido citrico umidi, un odore di lavanda allucinante che aleggiava per la cucina e soprattutto Davide che iniziava a mostrare segni di impazienza (leggi: cercava di arrmapicarmisi sulle gambe, protestando a gran voce per il fatto di non esser stato coinvolto in questa cosa evidentemente interessantissima che stavo facendo).
Stavo per arrendermi alla frustrazione e buttare tutto nel lavandino imprecando reagire in maniera eccessivamente drammatica, quando ho avuto una pensata: la teglia dei muffin! I pirottini di carta! Ed è stato così che, dopo aver pazientemente atteso qualche ora, son venuti fuori esattamente dodici nonballistiche azzurre, un po’ sbriciolose, dalla forma non proprio elegante ma dall’aspetto funzionale. Vittoria!

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Com’è andata poi la prova sul campo, o meglio, in vasca?
Diciamo che questi sfrizzolini sono una versione moooolto soft di una ballistica vera e propria. Frizzano meno, profumano meno e non colorano quasi niente. Il che non è necessariamente un male, a dire la verità: gli ingredienti sono santi e naturali, ma non per questo è opportuno abusarne. Quindi mi considero soddisfatta. E attendo la fine di questo lotto per riprovarci. Ovviamente.

Mi sono fatta tutto un film (ma era quello sbagliato)

Premessa: la casa in cui viviamo ormai da quasi quattro mesi non è stata la nostra prima scelta. Ora siamo felici che le cose siano andate come sono andate, ma in verità a settembre avevamo adocchiato una townhouse più nuova e moderna, che ci convinceva di più. Ma i proprietari non fecero sapere in tempo se avrebbero o meno accettato animali, quindi alla fine “ripiegammo” su questa. La scelta si è poi rivelata vincente: niente onnipresente moquette, niente scale da cui Davide avrebbe certamente capitombolato, zona tranquilla, bel giardino privato. Ma in fase di decisione avevamo notato più i difetti che altro;
uno dei motivi per cui, all’epoca, non eravamo rimasti favorevolmente impressionati era stato questo: arrivando a visionare la casa con l’agente immobiliare, avevamo notato, sulla veranda della casa vicina, un tizio seduto per terra. Non su una sedia, su un dondolo o su un’amaca, proprio sul selciato. La visione era piuttosto strana e inusuale per un vicinato di famigliole e vecchietti. Non capivamo se fosse normale, se stesse riposando, se fosse ubriaco…o peggio!
Nei primissimi giorni nella nuova casa ero sinceramente un po’ allarmata: costui era infatti spesso seduto fuori dalla porta e addirittura, cosa davvero inconsueta qui in California, fumava qualche sigaretta al giorno.
Devo ammettere che suo aspetto non era di per sé allarmante. Era vestito “da casa”, come si usa qui, ogni tanto beveva da una lattina, aveva sempre il cellulare in mano. Ma ovviamente, nella mia immaginazione super fervida, era già assurto a ruolo di spacciatore o di magnaccia. Ogni tanto saliva in macchina e andava via; una tizia veniva a trovarlo nel weekend. Grazie a Google maps, sapevamo che la casa in cui viveva era dotata di ampio giardino con piscina: perché, ci chiedevamo, non andava a fumare e a star seduto lì? Andrea sosteneva la tesi per cui la casa fosse condivisa con tante persone che odiavano il fumo, al punto da cacciarlo in veranda. Io ovviamente rimanevo della mia idea riguardo alle sue attività di sicuro illecite, tant’è che avevo preso a riferirmi a lui, quando ne parlavamo, come a “il Losco”: oggi il Losco era praticamente sdraiato in veranda! È arrivata la fidanzata del Losco! E via discorrendo.
Pian piano poi, visto che non succedeva in realtà assolutamente nulla di allarmante, ho smesso di farci caso. È diventato semplicemente parte del panorama. Finché un giorno…beh, avete presente il film di Amélie? Quel signore che lei incontra vicino a tutte le cabine per fototessera e che abbandona lì le foto? E lei che passa tutto il film a scervellarsi in merito, finché poi all’improvviso se lo trova davanti “in azione” e capisce il mistero? Bene, a me è successa più o meno la stessa cosa una mattina. Il Losco è uscito, ha acceso il motore dell’auto, è tornato verso la porta di casa e… ha accompagnato verso il posto del passeggero un’anziana e canuta signora. Niente spacciatore, niente malavita: semplicemente un caretaker o, come diremmo in Italia, un badante, che ogni tanto si concede una meritata pausa sigaretta in veranda.
Decisamente un bel colpo alla mia italica diffidenza verso il prossimo 🙂

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(in foto: la fontana blu del Sunnyvale Community Center)

Cara amica ti scrivo, o meglio ti spedisco…

Come forse già sapete, sono una mamma koala: pratico il babywearing da quando Davide aveva quattro giorni e amo scambiare opinioni in merito con altre “colleghe”. Così, quando lunedì scorso ho avuto l’esigenza di spedire una ring sling, dall’altra parte degli Stati Uniti, mi sono interrogata su quale potesse essere il modo più efficiente.
Già, perché, come chiunque abbia vissuto in Italia sa, nella cara vecchia patria fare o ricevere una spedizione di un collo è un po’ sempre un terno al lotto. Personalmente non mi è mai nemmeno passato per l’anticamera del cervello di affidarmi a Poste Italiane e ho sempre utilizzato corrieri privati, anche qui con alterne fortune.
Qui però mi sono detta: se gli americani si fidano delle loro poste al punto da utilizzarle per inviare assegni forse si può farci un pensierino.
Ho quindi digitato nella barra degli indirizzi usps.com (acronimo di United States Postal Service) e sono atterrata sulla home page dove, guarda caso, compariva un chiarissimo diagramma su come effettuare una spedizione.
Primo dubbio: come confezionare il collo? Semplice: basta scegliere nello shop virtuale la scatola delle dimensioni appropriate e farsela spedire a casa. Gratis, ovviamente. Non si sa bene di quanto spazio si avrà bisogno o si è incerti sulle conversioni inches/centimetri? Si può ordinare, sempre gratis, un set di 4 scatole di dimensioni diverse.
Per la mia fascia ad anelli, lunga ma pieghevole, ho scelto una “medium box”.
Ed ecco che martedì, il giorno successivo all’ordine, è arrivata la mia bella scatola in cartone tra la posta in arrivo.
Il passo successivo è stato scegliere il tipo di recapito desiderato. Ci sono svariate opzioni; io ho scelto la più semplice, ovvero spedizione in due giorni, assicurazione gratuita fino ai cento dollari. La distanza era di circa 5000 km.
Ho compilato i campi della form online, fatti bene e a prova di babbuino, o di expat straniero 🙂
Ho scelto il giorno in cui intendevo spedire il pacco, inserito l’indirizzo e via discorrendo, e ho pagato con carta di credito (ovviamente c’è anche l’opzione PayPal). Il costo totale è risultato essere di 11 dollari circa, più o meno 8 euro e dieci.
Ho richiesto, ovviamente, la tracciatura via e-mail della spedizione e ho stampato la mia bella lettera di via da attaccare sulla scatola.
Infine, tornando sullo schema delle spedizioni, ho cliccato sulla voce “Schedule a pick up” e ho quindi richiesto il ritiro a domicilio per il giorno dopo.
Se avessi richiesto una spedizione per il giorno stesso avrei potuto semplicemente portare il collo al più vicino ufficio postale. MA NEMMENO IN QUESTO CASO AVREI DOVUTO FARE CODE! (sì, sto strillando, perché sono francamente basita) Ci sono delle apposite caselle, grandi e grosse, dove depositare la spedizione senza dover far perdere tempo a nessuno, o perderne noi. Se non avessi avuto la stampante a casa, avrei potuto fare tutto da una postazione self service, sempre nell’ufficio postale.
Ho potuto specificare dove avrei lasciato il collo: in questo modo non son dovuta correre ad aprire al postino nel mezzo di un riposino del Davide (e la mia anima antisociale ha ovviamente esultato per aver evitato una inutile interazione con il prossimo :p). Big win! Questo servizio è a pagamento solo se si sceglie un orario specifico: se si opta per il pickup in orario di consegna della posta, è gratuito. Del resto qui i postini si aggirano con il loro fantastico furgoncino, in cui hanno spazio per pacchetti di piccole e medie dimensioni.
Mercoledì ho dovuto solo ricordarmi di depositare il mio collo davanti alla porta d’ingresso e attendere.
Venerdì una mail mi ha avvisato di quanto la mia amica Laura mi ha confermato: ring sling consegnata a destinazione!
Insomma, con un esborso minimo, zero sbattimenti e praticamente senza uscire di casa ho organizzato una spedizione a lunghissimo raggio che è andata a buon fine in maniera rapida e impeccabile.
Non posso che giubilare di queste poste così efficienti. Proprio come in Italia, eh? 😉
NB: ho saputo, leggendo sul web, che anche le Poste nostrane offrono da un paio d’anni un servizio simile, di nome (non proprio beneaugurante) PaccoWeb. L’avete provato? Cosa ne pensate?

Dieci anni, una vita (un post che parla poco di emigrazione e un po’ di me)

(altresì detto: tutta colpa dei dieci anni di Facebook)

Più o meno in questo periodo, nell’anno 2004, ricevevo, tra le note di deviantArt, questo messaggio.

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Ancora non sapevo che avrebbe cambiato il corso della mia vita.

Dieci anni fa, dopo i miei due tentativi con l’Università, avevo deciso di dare un taglio più pratico alla mia istruzione. Una persona molto saggia mi aveva posto la domanda: c’è qualcosa che ti piace fare? E la risposta era stata: i siti web. Fino ad allora però per me “fare un sito” era un discorso da autodidatta: tante immagini, tanto html, css e fine. Non certo qualcosa da cui trarre una professione: ci voleva un po’ di formazione. Mi ero quindi iscritta a un corso finanziato dal FSE per grafico e programmatore web. Siccome pasticciavo con photoshop, volevo approfondire ovviamente la parte relativa alla grafica. Di programmazione, pensavo, non avrei mai capito niente. La storia è andata poi ben diversamente, ad ogni modo: tra i vari siti che bazzicavo, in questo momento della mia vita in cui mi atteggiavo a creativa, c’era, appunto, deviantArt. Un social network, o come si diceva allora “una community”, dedicato (per sommi capi) all’arte.
Il mittente del messaggio di cui sopra era David. Non era la prima persona che avrei conosciuto grazie al web e non è stata l’ultima. Di certo è stata la più importante, e non solo per il significato della relazione che ne scaturì.
Fu la mia prima vera relazione da grande, con convivenza e tutto. La relazione romantica finì, lasciando tra noi un affetto e una  stima che continuano tuttora.
Dopo Firenze decisi di provare a trasferirmi a Berlino. Grazie a David, quando tornai dalla parentesi berlinese e decisi di allargare il mio giro di conoscenze, iniziai a frequentare un gruppo flickr dedicato a Milano. Attraverso una persona che lavorava per Accenture, venni a sapere che erano alla ricerca di personale; inviai il CV e, con mia incredulità devo dire, ottenni un lavoro. Un lavoro con un contratto a tempo indeterminato, nel 2006. Un lavoro che mi permise di essere indipendente e di vivere col mio fidanzato in un momento storico in cui i miei coetanei si dovevano barcamenare tra progetti e partite IVA.
David aveva, a Milano, un’amica di nome Laura, verso la quale provavo una certa gelosia e astio, ma che non conoscevo di persona. Laura faceva parte dello stesso gruppo flickr di cui sopra e, sempre dopo esser tornata da Berlino, decisi che era ora di conoscersi di persona, per scoprire se era davvero così antipatica come immaginavo. Long story short, nel giro di un aperitivo, una tisana e una fetta di torta nella sua cucina, divenne la mia migliore amica.
Al suo compleanno nel 2007 incrociavo, tra tante altre persone, il suo ex capo. In quel momento eravamo tutti e due impegnati in altre relazioni, e non facemmo moltissimo caso l’uno all’altra. Ci in contrammo di nuovo nella primavera del 2009 a un brunch organizzato sempre da Laura e da allora non ci siamo più lasciati. Da un anno siamo in tre, perché è arrivato Davide. Da settembre, come sapete, viviamo in California.
Questi erano gli eventi che erano destinati per me in questi dieci anni. Se non fosse andata così, probabilmente il destino avrebbe trovato altre strade. Ma credo di poter dire con certezza che, se in un pomeriggio di gennaio del 2004, David non avesse deciso di “attaccar bottone”, la mia vita sarebbe ora molto, molto diversa.

P.S.: David fa tuttora cose creative e belle, e le insegna anche.
P.P.S.: A proposito di cose belle, non so se avete notato il nuovo header del blog, procreato gentilmente da Zed