Sanità americana: la nostra esperienza e qualche dato

Come molte mamme in attesa del primo figlio, l’anno scorso ho letto di tutto e di più sul parto. La nostra intenzione era di far nascere Davide in casa di maternità; abbiamo poi dovuto arrenderci al cesareo, in quanto lui era rimasto podalico, ma fino all’ottavo mese mi sono fatta una cultura sulla nascita: a livello tecnico, a livello emotivo, a livello pratico e chi più ne ha più ne metta. Dato che in italiano le risorse sul parto naturale sono ancora pochine, come spesso accade ho iniziato ad attingere principalmente a fonti americane, non solo a livello di libri ma anche guardando documentari di varia natura. Una cosa mi è stata da subito ben chiara: ero fortunata a partorire in Italia. Più approfondivo e più mi pareva chiaro che la nascita negli USA è una faccenda medica più che un lieto evento: innanzitutto il bambino vien messo al mondo dall’Ob/Gyn (l’equivalente del nostro ginecologo), dato che le ostetriche in pratica non esistono (anche a causa di campagne per debellare le cosiddette mammane). Il parto è pilotato dall’esterno, spesso indotto e a causa di ciò finisce spesso con un cesareo che sarebbe stato perfettamente evitabile. Nonostante anche in Italia si abusi del cesareo e spesso anche dell’induzione, gli outcomes sono molto diversi: su mille nati vivi, la mortalità infantile è di 5,90 negli Stati Uniti contro i 3, 3 in Italia, e per quanto riguarda la mortalità materna si passa dalle 21 morti materne su centomila nati vivi in America alle 4 su centomila in patria. Insomma, senza tediarvi con troppi dettagli (vi lascio un paio di link: The Thinking Woman’s Guide to a Better Birth e The Business of Being Born) ero contenta di non dover aver a che fare con la mole di informazioni necessarie negli States per partorire, come desideravo, nel modo il più semplice possibile.
Detto questo, una volta che Davide è nato, non mi sono più posta il problema della sanità negli USA, e, anche quando abbiamo deciso di trasferirci, sinceramente mi son detta: è tutto privato e noi saremo assicurati, andrà tutto bene, inutile preoccuparsi troppo in anticipo. Perché fasciarsi la testa prima di essersela rotta? Per il periodo di transizione abbiamo attivato un’assicurazione di viaggio e bon.
Dopo due settimane che eravamo qui, Davide ha iniziato a tossire. All’inizio era una tosse normale, presto è diventata brutta. Siamo stati da una dottoressa che ha diagnosticato una tosse da dentizione. A me però non tornava qualcosa e, dopo una settimana di notti in bianco (non riusciva a dormire più di mezz’ora) ho convinto Andrea ad andare al pronto soccorso. Abitavamo vicino all’ospedale pediatrico più accreditato della zona, quindi ovviamente ci siamo diretti lì. Siamo entrati a mezzanotte. Dopo il triage ci è stato comunicato che ci attendevano circa due o tre ore di attesa, questo ovviamente nella sala d’attesa generica dell’ER che non è distinta tra adulti e bambini. Davide aveva otto mesi. Dopo due ore siamo stati spostati all’interno del pronto soccorso, ovvero nella sala d’attesa dedicata alla pediatria. Lì, mentre aspettavamo ancora, siamo stati raggiunti dal personale amministrativo che ci ha chiesto come avremmo pagato. Abbiamo comunicato che avevamo un’assicurazione di viaggio, ma, siccome non erano certi di poter fare il pagamento diretto, ci hanno risposto: “al limite pagate voi, qui o successivamente, e poi vi fate rimborsare. Anche se ci dovessero essere medicinali o altre analisi successive, il costo sarà solo quello della visita.” Che sollievo abbiamo pensato.” Duemila dollari.” Ah, ok.
Dopo un’altra ora è apparsa finalmente la pediatra, che ha visitato Davide direttamente in sala d’attesa. Verso le 4 del mattino finalmente son riuscita a imboscarmi in una camera e a far dormire un pochino il bimbo. Nel frattempo avevamo fatto i raggi e il tampone, che qualche giorno dopo ha confermato la diagnosi di pertosse. Siamo usciti alle 7 del mattino perché, grazie a Dio, non era necessario il ricovero.
Questo è stato il nostro primo impatto con il sistema sanitario degli Stati Uniti. Un sistema che funziona, quando sei assicurato. Se non sei assicurato, hai diritto a essere stabilizzato se ti portano in ER in punto di morte, dopodiché a livello teorico non hai diritto a nulla. Giulietta lo spiega qui molto meglio di me. Il costo medio di un’assicurazione sanitaria negli USA è di circa 200 dollari. Se si ha un lavoro decente, di solito l’assicurazione medica viene pagata dal datore di lavoro, ma ci sono casi in cui i lavoratri vengono assunti con contratti da poche ore per far sì che il datore di lavoro non sia tenuto a far ciò. Inoltre le varie assicurazioni hanno clausole precise sulle prestazioni rimborsabili, per cui, prima di rivolgersi a un medico, il primo pensiero è sempre: me lo posso permettere? Se questo è vero per chi è assicurato, lo è ancor di più per chi non lo è. Ovviamente chi non può permettersi un’assicurazione tende a non farsi visitare, con l’altrettanto ovvia conseguenza di restare malato più a lungo o di soffrire danni permanenti. Unito a tanti altri fattori, tra cui quelli genetici, la scolarizzazione, la qualità del cibo e via discorrendo, la durata media della vita negli Stati Uniti è piuttosto bassa.
A questo punto ovviamente sorge spontanea una domanda: visto che si paga, e non poco, per farsi curare, perlomeno le cure saranno impeccabili, giusto? Sì e no.
I tempi di attesa, rispetto all’Italia, sono praticamente inesistenti (evidentemente siamo stati molto sfortunati). Gli studi medici e gli ospedali, inoltre, sono puliti, colorati, forniti di attrezzature all’avanguardia e il personale è mediamente molto gentile. Dopotutto sei un cliente e hanno ogni interesse a farti star bene, in tutti i sensi. La qualità delle cure però non sempre è all’altezza. Negli Stati Uniti è molto facile che un paziente insoddisfatto o danneggiato faccia causa al medico o all’ospedale, quindi succede che i medici si mantengano sul vago, o al contrario eccedano con le cure, per evitare di esser trascinati in tribunale. A livello di performances, osservando una classifica del 2000 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità relativa alla qualità delle cure mediche, notiamo subito il paradosso. Gli Stati Uniti si piazzano trentottesimi (per darvi un’idea; l’Italia è al secondo posto, e prima degli USA troviamo ad esempio la Colombia e il Marocco, paesi a cui non siamo soliti associare una qualità della vita come quella che ci aspetteremmo dall’America). Uno studio più recente di Bloomberg piazza gli USA addirittura al terzultimo posto su 48. Digitando “health care quality per country” su Google, si apre una pletora di link ad articoli e indagini che non fanno che confermare quanto sopra, ovvero che dal 2000 è cambiato davvero poco,.
Insomma, la nostra prima impressione viene purtroppo confermata dai dati ufficiali:  farsi curare negli Stati Uniti non è un buon affare, né per il portafogli né per la salute.

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8 thoughts on “Sanità americana: la nostra esperienza e qualche dato

  1. Invece io che ho partorito qui a San Francisco lo scorso novembre sono molto contenta di come sono andate le cose per me e sinceramente credo di aver avuto un trattamento decisamente migliore rispetto a quello che avrei avuto in Italia! Giusto per dirne una: avevo una camera tutta per me, bagno compreso e mio marito è potuto rimanere 24 ore su 24 con me e mio figlio grazie ad un divano-letto sistemato nella stessa camera.
    Avendo avuto questa esperienza americana, posso anche dirti che non è vero che il bambino vien messo al mondo dal ginecologo e le ostetriche non esistono! Nell’ospedale dove è nato mio figlio è successo l’esatto contrario: il parto è stato seguito solo dalle ostetriche e il ginecologo è intervenuto solo quando è stato necessario. E ti dirò di più, io sono stata seguita per tutti i nove mesi principalmente da ostetriche, essendo la mia una gravidanza non a rischio, e la mia ginecologa veniva consultata solo per le questioni relative a medicine, infezioni, consultazione dei risultati degli esami… Qui ho raccontato qualcosa in più:
    http://livinginsanfrancisco-culturalshock.blogspot.com/2013/08/un-sistema-diverso-dal-nostro.html
    http://livinginsanfrancisco-culturalshock.blogspot.com/2013/11/dettagli-che-fanno-la-differenza.html

  2. ciao! io ho avuto un prima gravidanza, e relativo parto, in Italia. è stata una gravidanza semplice, nessuna particolare complicazione, parto indotto a 41+3 ma cmq nata vaginalmente.
    adesso viviamo da quasi 6 mesi a houston e io sono a termine della mia seconda gravidanza. ho iniziato le prime visite quando ancora eravamo in italia e poi ho proseguito qui quando siamo arrivati. per quanto adorassi la mia ginecologa di milano e l’ospedale in cui è nata la nostra prima figlia, qui è un’altra cosa! l’assistenza è pazzesca: è vero, l’assicurazione non costa poco ma per il servizio che ottengo, sono soldi ben spesi. vengo visitata spesso sia dall’ostetrica sia dal ginecologo. gli esami sono mandati via email direttamente dallo studio all’ospedale e viceversa e ciò mi permette di non viaggiare con un plico di documenti alto come un bambino. in ospedale dividerò una camera doppia perchè è quella che mi passa l’assicurazione ma sono cosí spaziose che, credo, quasi non mi accorgerò della mia compagna di stanza. in generale non ho mai dovuto aspettare più di 24 ore per i risultati delle analisi che mi sono arrivate direttamente via mail e poi per posta successivemente. l’unica volta in cui abbiamo avuto bisogno di far vedere nostra figlia, non avendo ancora un pediatra, abbiamo cercato il centro pediatrico più vicino a noi e siamo andati. ci è bastato mostrare la tessera dell’assicurazione e del resto se ne sono occupati il front desk del pediatric center direttamente con la nostra insurance. insomma, over all, non posso che parlare bene del sistema. poi è vero che ci sono degli estremismi, che proprio perchè qui la sanità è un business, tanti medici non si fanno troppi scrupoli a fatturare con tanti zeri. ma finchè il servizio è di eccellenza, allora non mi lamento e pago volentieri l’assicurazione!
    in italia il grande plus è il sistema sanitario nazionale che garantisce copertura gratuita. ma la domanda è: fino a quando sarà possibile andare avanti cosí? la sanità non ha più lacrime per piangere, i fondi sono esauriti da tempo e certo benefattori all’orizzonte non se ne vedono. temo che anche il destino del bel paese sia quello di finire come gli States: le assicurazioni private inizieranno piano piano a farai avanti e a diventare sempre più un bisogno e non solo un lusso dei più abbienti.

  3. uh, spero non sia normale aspettare cosi’ tanto “dalle vostre parti” :-/
    magari pero’ per queste cose potete andare all’urgent care piuttosto che all’emergency room, forse all’emergency room hanno dato la precedenza alle situazioni piu’ di “emergenza”, non saprei.

    • Marica, il tuo commento era finito nello spam, per qualche motivo! Già che ci siamo, potresti dirmi la differenza tra urgent care ed er? Perché non l’ho mica capita 😀

  4. Quello che scrivi mi fa un po’sorridere…Non si puo’ generalizzare ne’ sull’Italia e ne’ sugli Stati uniti. Io, per esempio , vengo dalla Sardegna dove la Sanita’ fa pena, almeno a cagliari. Ti posso citare tanti esempi, non ultima la sporcizia (un armadietto con dentro un pannolone sporco). Invece qui in Idaho, l’ospedale Kootenai e’ un sogno, pulitissimo, sembra un albergo, medici e personale deliziosi, se non sei coperto da assicurazione ti curano lo stesso, tramite donazioni. Ripeto, sia l’italia che gli Stati Uniti sono grandi, quindi dipende.

  5. Io in Italia sono stata dal grande Veronesi che mi ha mandata ad operarmi da un suo amico ( fatture? Ricevute? ) e per poco non ci lascio le penne spendendo un sacco di soldi. Ad Houston, ho subito due interventi da uno dei migliori 10 chirurghi degli States. Ho speso meno che in Italia, ha rimediato a tutti i casini causati dal ” macellaio” italiano e non avevo assicurazione. Ho semplicemente chiesto un preventivo. Sarà il mio doc a vita anche tra sei mesi quando mi trasferirò!

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