Misunderstandings

Come ben racconta La Bionique qui, quando si passa un certo periodo di tempo all’estero spesso ci si scontra con i falsi amici, ovvero quei modi di dire che in Italia significano una cosa e nel nuovo paese un’altra.
Se questo è sicuramente vero ad esempio con lingue come lo spagnolo (ricordo ancora, al liceo, la lezione  su “gambas”, “manchas” e “burro”), succede anche con l’inglese, o per meglio dire con l’americano.
Darò per scontato che tutti voi sappiate cosa state chiedendo quando ordinate una pizza con pepperoni (probabilmente il falso amico più celebre per gli italiani negli States). Ma se invece siete al supermercato e chiedete indicazioni per trovare biscotti, sappiate che qui il termine indica esclusivamente i cantucci. Tutto il resto ricade sotto un generico cookies. Proprio tutto? In realtà no: potreste trovare anche dei biscottini rotondi, piccoli e friabili che qui prendono il nome di…wafers, parola che in Italia indica solo quelli a strati con creme varie. Wafer, per gli anglofoni, è (giustamente) il tipo di impasto, e designa perciò svariate categorie di dolcini e dolcetti.
Se invece avete bisogno di confetti ovviamente vi faranno cambiare reparto: è il nome dei coriandoli, mentre le mandorle coperte di zucchero non le ho mai viste e credo ricadano nella categoria “candies”, anche se Wikipedia mi informa che probabilmente si chiamano alla francese, dragée.
A proposito di coriandoli: il Carnevale, che in Italia è appena passato in arrivo, qui è una festa praticamente inesistente (con l’eccezione degli stati ex francofoni tipo Louisiana, dove si festeggia il Mardi Gras). Se parlate di “carnival”, nonostante il termine indichi anche la suddetta festività, è probabile che veniate indirizzati a quello che noi chiamiamo Luna Park. Come ben sa chi ha visto la serie TV Carnivale (consigliatissima, specialmente a chi ha un debole per il soprannaturale /horror/costume drama), il termine “carny” viene usato per descrivere in modo dispregiativo la “gente da circo”2014 , un po’ l’equivalente dell’italiano “giostrai”.
Infine, se sentite di un genitore che deve acquistare uno scooter per il figlio, ma il suddetto figlio ha tre anni, non chiamate la polizia: è così che qui si chiama il (diffusissimo) monopattino.
E voi che “falsi amici” conoscete?

La patente in California (seconda parte)

Eccomi qua, finalmente patentata. In realtà avrei dovuto sostenere l’esame un paio di settimane fa, ma mi è capitato tra capo e collo (è il caso di dirlo) un blocco di cervicale e spalle che mi ha messo KO per qualche giorno.
Niente paura, però: ho chiamato il DMV e, dopo un’attesa di un’oretta (per fortuna richiamano loro), ho riprogrammato per stamattina.
Nonostante ci si presenti su appuntamento, le code al DMV sono sempre epiche. Perciò il test vero e proprio è iniziato circa due ore dopo l’orario dell’appuntamento.
Ci si reca allo sportello e si vien riempiti di carta, dopodiché ci si mette in fila con la macchina a una specie di drive thru.
Una volta arrivato il mio turno, la signora esaminatrice mi ha chiesto i documenti (miei e dell’auto), poi mi ha fatto provare i comandi: frecce, clacson, luce dei freni, ecc ecc. Questo per verificare che l’ auto fosse all’altezza del compito.
Mi ha anche chiesto le famose segnalazioni manuali che si usano nel caso le luci delle frecce non funzionino: fortunatamente avevo ripassato e osservato il ragazzo davanti a me, perché rischiavo un errore inutile.
Infatti chi esamina ha con sé un lungo elenco di manovre e di prove da effettuare, che vengono mano a mano spuntate. Perdersi sulle cose base sarebbe stato un notevole smacco!
La mia sciura è salita quindi a fianco a me e siamo partite. L’esame in sé è durato poco, credo una quindicina di minuti. Ogni tanto mi faceva qualche osservazione e a un certo momento, prima di un incrocio pedonale, mi ha proprio gridato: STOP! A quel punto ero ormai convinta di aver fatto troppi errori e che sarei stata bocciata. Invece siamo rientrate alla base e, dopo avermi chiarito i miei sbagli, mi ha comunicato che ero promossa! Alla fine, guardando il foglio, ho scoperto di aver fatto solo tre errori non gravi in tutto. Andrea, che è un guidatore ben più navigato di me, al suo turno ne aveva commessi circa dieci in più! Mi son stimata molto per il mio risultato.
Cose da tenere a mente quando si guida in California, in quanto differenti dall’Italia: la svolta a destra con semaforo rosso è legale nella maggior parte dei casi (ovviamente dando la precedenza); entrando su un’autostrada o simile si ha la precedenza su chi è già immesso; si deve muovere molto la testa al cambio corsia a causa degli angoli ciechi; il sorpasso a destra è legale in determinate condizioni e altre differenze che ora non mi vengono in mente, anche perché in Italia l’ultima volta che ho guidato è stata (mi pare)  nel 2005.
Ora ho una patente temporanea, in attesa che l’efficiente USPS mi recapiti la tessera definitiva.
Evviva me!

Sanità americana: la nostra esperienza e qualche dato

Come molte mamme in attesa del primo figlio, l’anno scorso ho letto di tutto e di più sul parto. La nostra intenzione era di far nascere Davide in casa di maternità; abbiamo poi dovuto arrenderci al cesareo, in quanto lui era rimasto podalico, ma fino all’ottavo mese mi sono fatta una cultura sulla nascita: a livello tecnico, a livello emotivo, a livello pratico e chi più ne ha più ne metta. Dato che in italiano le risorse sul parto naturale sono ancora pochine, come spesso accade ho iniziato ad attingere principalmente a fonti americane, non solo a livello di libri ma anche guardando documentari di varia natura. Una cosa mi è stata da subito ben chiara: ero fortunata a partorire in Italia. Più approfondivo e più mi pareva chiaro che la nascita negli USA è una faccenda medica più che un lieto evento: innanzitutto il bambino vien messo al mondo dall’Ob/Gyn (l’equivalente del nostro ginecologo), dato che le ostetriche in pratica non esistono (anche a causa di campagne per debellare le cosiddette mammane). Il parto è pilotato dall’esterno, spesso indotto e a causa di ciò finisce spesso con un cesareo che sarebbe stato perfettamente evitabile. Nonostante anche in Italia si abusi del cesareo e spesso anche dell’induzione, gli outcomes sono molto diversi: su mille nati vivi, la mortalità infantile è di 5,90 negli Stati Uniti contro i 3, 3 in Italia, e per quanto riguarda la mortalità materna si passa dalle 21 morti materne su centomila nati vivi in America alle 4 su centomila in patria. Insomma, senza tediarvi con troppi dettagli (vi lascio un paio di link: The Thinking Woman’s Guide to a Better Birth e The Business of Being Born) ero contenta di non dover aver a che fare con la mole di informazioni necessarie negli States per partorire, come desideravo, nel modo il più semplice possibile.
Detto questo, una volta che Davide è nato, non mi sono più posta il problema della sanità negli USA, e, anche quando abbiamo deciso di trasferirci, sinceramente mi son detta: è tutto privato e noi saremo assicurati, andrà tutto bene, inutile preoccuparsi troppo in anticipo. Perché fasciarsi la testa prima di essersela rotta? Per il periodo di transizione abbiamo attivato un’assicurazione di viaggio e bon.
Dopo due settimane che eravamo qui, Davide ha iniziato a tossire. All’inizio era una tosse normale, presto è diventata brutta. Siamo stati da una dottoressa che ha diagnosticato una tosse da dentizione. A me però non tornava qualcosa e, dopo una settimana di notti in bianco (non riusciva a dormire più di mezz’ora) ho convinto Andrea ad andare al pronto soccorso. Abitavamo vicino all’ospedale pediatrico più accreditato della zona, quindi ovviamente ci siamo diretti lì. Siamo entrati a mezzanotte. Dopo il triage ci è stato comunicato che ci attendevano circa due o tre ore di attesa, questo ovviamente nella sala d’attesa generica dell’ER che non è distinta tra adulti e bambini. Davide aveva otto mesi. Dopo due ore siamo stati spostati all’interno del pronto soccorso, ovvero nella sala d’attesa dedicata alla pediatria. Lì, mentre aspettavamo ancora, siamo stati raggiunti dal personale amministrativo che ci ha chiesto come avremmo pagato. Abbiamo comunicato che avevamo un’assicurazione di viaggio, ma, siccome non erano certi di poter fare il pagamento diretto, ci hanno risposto: “al limite pagate voi, qui o successivamente, e poi vi fate rimborsare. Anche se ci dovessero essere medicinali o altre analisi successive, il costo sarà solo quello della visita.” Che sollievo abbiamo pensato.” Duemila dollari.” Ah, ok.
Dopo un’altra ora è apparsa finalmente la pediatra, che ha visitato Davide direttamente in sala d’attesa. Verso le 4 del mattino finalmente son riuscita a imboscarmi in una camera e a far dormire un pochino il bimbo. Nel frattempo avevamo fatto i raggi e il tampone, che qualche giorno dopo ha confermato la diagnosi di pertosse. Siamo usciti alle 7 del mattino perché, grazie a Dio, non era necessario il ricovero.
Questo è stato il nostro primo impatto con il sistema sanitario degli Stati Uniti. Un sistema che funziona, quando sei assicurato. Se non sei assicurato, hai diritto a essere stabilizzato se ti portano in ER in punto di morte, dopodiché a livello teorico non hai diritto a nulla. Giulietta lo spiega qui molto meglio di me. Il costo medio di un’assicurazione sanitaria negli USA è di circa 200 dollari. Se si ha un lavoro decente, di solito l’assicurazione medica viene pagata dal datore di lavoro, ma ci sono casi in cui i lavoratri vengono assunti con contratti da poche ore per far sì che il datore di lavoro non sia tenuto a far ciò. Inoltre le varie assicurazioni hanno clausole precise sulle prestazioni rimborsabili, per cui, prima di rivolgersi a un medico, il primo pensiero è sempre: me lo posso permettere? Se questo è vero per chi è assicurato, lo è ancor di più per chi non lo è. Ovviamente chi non può permettersi un’assicurazione tende a non farsi visitare, con l’altrettanto ovvia conseguenza di restare malato più a lungo o di soffrire danni permanenti. Unito a tanti altri fattori, tra cui quelli genetici, la scolarizzazione, la qualità del cibo e via discorrendo, la durata media della vita negli Stati Uniti è piuttosto bassa.
A questo punto ovviamente sorge spontanea una domanda: visto che si paga, e non poco, per farsi curare, perlomeno le cure saranno impeccabili, giusto? Sì e no.
I tempi di attesa, rispetto all’Italia, sono praticamente inesistenti (evidentemente siamo stati molto sfortunati). Gli studi medici e gli ospedali, inoltre, sono puliti, colorati, forniti di attrezzature all’avanguardia e il personale è mediamente molto gentile. Dopotutto sei un cliente e hanno ogni interesse a farti star bene, in tutti i sensi. La qualità delle cure però non sempre è all’altezza. Negli Stati Uniti è molto facile che un paziente insoddisfatto o danneggiato faccia causa al medico o all’ospedale, quindi succede che i medici si mantengano sul vago, o al contrario eccedano con le cure, per evitare di esser trascinati in tribunale. A livello di performances, osservando una classifica del 2000 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità relativa alla qualità delle cure mediche, notiamo subito il paradosso. Gli Stati Uniti si piazzano trentottesimi (per darvi un’idea; l’Italia è al secondo posto, e prima degli USA troviamo ad esempio la Colombia e il Marocco, paesi a cui non siamo soliti associare una qualità della vita come quella che ci aspetteremmo dall’America). Uno studio più recente di Bloomberg piazza gli USA addirittura al terzultimo posto su 48. Digitando “health care quality per country” su Google, si apre una pletora di link ad articoli e indagini che non fanno che confermare quanto sopra, ovvero che dal 2000 è cambiato davvero poco,.
Insomma, la nostra prima impressione viene purtroppo confermata dai dati ufficiali:  farsi curare negli Stati Uniti non è un buon affare, né per il portafogli né per la salute.

Intervallo

In questi giorni abbiamo ospiti qui la mia mamma e il suo compagno. Un attacco di torcicollo che mi sta bloccando da quattro giorni non mi consente di fare granché, ma loro girano in autonomia e mi danno una mano con Davide (riposo assoluto? Muhahahhahaha). Il tempo fortunatamente è bello e fa caldo…fin troppo, a quanto pare: temperature ben sopra la media stagionale.
Speriamo che passi presto questo malanno: qui si usa andare dai chiropratici, cosa che ho fatto anche io ma che per ora non sta dando grandi risultati. Oggi ho la seconda seduta e vedremo.

Manie alimentari nella Bay Area

Questa zona della California è famosa per due motivi: la tecnologia (siamo nel cuore della Silicon Valley) e i fricchettoni. Ovviamente noi sguazziamo beati in tutto ciò, e osserviamo con curiosità le abitudini dei nostri “colleghi”, ovvero quelli che spendono un occhio della testa da Whole Paycheck Foods, che comprano frutta e verdura bio al farmer’s market e con Full Circle e via discorrendo.
Qui vanno molto forte una serie di cose, alcune note in Italia, altre che abbiamo scoperto qui.
Innanzitutto ovviamente qui è pieno di vegani, ovvero (per chi ancora non sapesse chi sono) di persone che evitano di consumare prodotti di origine animale, non limitandosi a carne e pesce come i vegetariani, ma escludendo anche burro, latte, miele, uova e via discorrendo.
Poi va forte anche la Paleo Diet. Da quanto ho capito, coloro che la seguono cercano il più possibile di alimentarsi come i nostri progenitori. In concreto, mi pare che si tratti di eliminare latticini e cereali, e forse c’è anche qualche tecnica di cottura preferita, ma devo essere sincera: non mi sono documentata molto.
Impazza in ogni salsa una verdura a cui vengono attribuite proprietà al limite del miracoloso: il fatidico kale, ovvero…il cavolo nero. Decretato “il cibo più salutare del mondo”, viene propinato in tutti i modi. Noi lo abbiamo provato in un frullato di Jamba Juice: non male, ma non ci ha certo impedito di beccarci, nei giorni seguenti, un mega raffreddore.
Un classico nella dispensa di ogni crunchy mama californiana, e quindi anche nella mia, è l’aceto di mele, o, come lo chiamano qui, Apple Cider Vinegar (per gli amici ACV). Usato per curare e prevenire mille e un problema, dal mal di gola alle macchie di calcare sui rubinetti, il più venduto è certamente quello di marca Bragg, perché contiene la “madre” (WITH THE “MOTHER”, strilla la confezione). La madre è quella specie di fantasma viscido che fluttua nella bottiglia.
Infine furoreggia l’olio di cocco, ovviamente vergine, biologico, estratto con la telepatia e chi più ne ha più ne metta. Prodotto davvero eclettico, mi ha fatto istantaneamente innamorare con il suo profumino di paradiso tropicale e le sue mille proprietà e usi. Da quando mi ungo diligentemente il grugno ogni sera, giurerei che le mie zampe di gallina siano un po’ diminuite, e di sicuro ha aiutato contro un eritema da pannolino che ha molto infastidito Davide qualche giorno fa.
Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti e la varietà di esperienze curiose non manca. Con la certezza, in aggiunta, di vedere dopo qualche mese le “novità del momento” sbarcare negli articoli di costume dei quotidiani online del Bel Paese.

Cinque cose che NON mi mancano dell’Italia

Oggi invece vi elenco cinque cose a caso che in Italia sono la norma ma qui no, ed è molto meglio così.

1) La tracotanza, la stupidità e il disprezzo per la sicurezza dell’italiano medio al volante.

2) Il non essere in grado di valorizzare, forse perché siamo abituati al fatto che sia così a portata di mano, tutta la Storia che abbiamo da offrire. Gli Stati Uniti sono un paese con una storia molto recente, ma, forse proprio per questo, ci tengono molto alle cose “antiche”. Nel community center vicino a casa nostra c’è una quercia storica che avrà un centinaio di anni e viene tenuta con riguardo; non si può camminare direttamente sulla zona delle radici per non fare danni! In generale, tutto quanto è “heritage” è come minimo mantenuto con cura e rispetto e commemorato da una bella targa.

3) Le Poste Italiane!

4) (questo punto riguarda strettamente il confronto pianura padana vs la Bay Area, mi rendo conto che eravamo sfigati prima e siamo fortunati ora) L’inquinamento atmosferico

5) Last but not least, l’onnipresente e soffocante ingerenza della chiesa cattolica, nella vita di tutti i giorni e nelle scelte dello stato. Davvero liberatoria come assenza, qui.