Panettone, prima fase: fin qui tutto bene.

…ma, come dice il celebre film, l’importante non è la caduta, è l’atteraggio!
Oggi è il 30 dicembre e ho passato la giornata a rinfrescare e rinforzare la mia pasta madre: un rinfresco ogni quattro ore. E adesso la mia amata planetaria sta lavorando il primo impasto. Stanotte, se tutto va bene, quest’ultimo crescerà fino al raddoppio e si procederà poi domani con la lavorazione finale, quella in cui si aggiungono canditi e uvette.
Da domani, inoltre, potrò contare sulla presenza di Andrea per due giorni: qui niente Epifania, ma si sta a casa il 31, o almeno lui è a casa. Ce la posso fare!

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Missione panenettone: preambolo

Grazie alla segnalazione di Comida, nei primissimi giorni qui in California abbiamo scoperto ed esplorato un luogo di perdiz*EHM* supermercato abbastanza particolare: Trader Joe’s. Nonostante sia un posto pieno di “furbettate” e anche un po’ controverso per alcuni aspetti, non si può negare che sia davvero speciale nell’offrire prodotti bizzarri, che non si troverebbero altrove, in confezioni accattivanti e via discorrendo. Trader Joe’s fa parte di un consorzio tedesco che controlla anche la catena di discount Aldi Nord, e, forse per questo motivo, offre spesso prodotti europei tipici a prezzi difficili da eguagliare. Un esempio è il panettone: dove normalmente si pagano sui 10 dollari l’uno, da Trader Joe’s si porta a casa un dignitosissimo pezzo da 750 grammi a cinque dollari.
Ciononostante, come chi ci conosce sa bene (perché sembra che io non riesca a parlare d’altro, ha!), ormai da un paio d’anni, in questo periodo, il panettone lo preparo in casa. Due anni fa ho tentato l’esperimento ed è andata bene, perciò mi sono ripromessa di farla diventare una tradizione.
L’anno scorso stava per nascere Davide e mi ricordo ancora le levatacce notturne con la pancia da nono mese (avevo calcolato male i tempi dei rinfreschi e approfittavo dei risvegli delle quattro del mattino). Di certo non immaginavo che quest’anno mi sarei trovata in California, una terra dove l’inverno quasi non arriva, ma dove la nostra golosità è immutata. Anzi, forse a maggior ragione, essere lontani da casa fa sentire più forte il desiderio di un po’ di milanesità.
Qual è il problema? direte voi. Il problema è, o meglio era, il lievito naturale, o pasta madre, necessario a produrre il dolce meneghino. Ora lo so cosa state pensando, o miscredenti, e vi avviso; io sono milanese, e il primo che mi posta un link di ricetta del panettone fatto col lievito di birra lo mando a ciapà i ratt 🙂 Ad ogni modo, siccome, quando si entra negli US of A non si può portare con sé cibo di nessun genere, la mia fidatissima madre è rimasta a languire a Milano, e io mi son ritrovata a doverla ricreare da zero. Cosa fattibile, per carità, ma la mia nuova madre è ovviamente “giovane”, immatura e inesperta, non certo adatta a supportare la burrosità estrema dell’impasto panettonesco.
Per fortuna, oltre a essere web-dipendente, con la nascita di Davide ho scoperto la mia vocazione fricchettona o, come si dice da queste parti, di Crunchy Mama, e così, grazie ai grandi poteri di Internet, ho trovato e  mi sono iscritta al chapter locale delle Holistic Moms. E chi meglio di un gruppo di mamme fricchettone a cui chiedere un pezzo della pasta madre per cui la zona di San Francisco è famosa?
Per tutto il resto (forme in carta e canditi) nessun problema: viviamo letteralmente al centro del mondo, e tutto, o quasi, può essere acquistato. Anche la pasta madre, per inciso, si può comprare su Internet: ma mi rifiuto di pagare tredici dollari per sette grammi di acqua e farina.
Il papiro di cui sopra è per rendervi noto, in buona sostanza che, dopo aver recuperato la madre, le forme, gli ingredienti e quant’altro, finalmente ci siamo: stasera si parte. Seguo, come gli altri anni, pedissequemente la ricetta delle Sorelle Simili: oggi dunque due rinfreschi, domani una serie di lavorazioni e infine martedì la pezzatura e cottura.
Secondo voi come andrà la preparazione di questo panetùn californiano? Fatemi un in bocca al lupo, knock on wood! Cercherò di tenervi aggiornati anche domani e poi col risultato finale.

 

Torta salata in venti minuti

Torta salata in venti minuti

Ora, lo so che voi, provetti cuochi, non  sentite l’esigenza dell’ennesima ricetta di torta salata, per di più agli spinaci. Però io la scrivo uguale, perché così me la segno da qualche parte (poi magari vi ispira e vi va di provarla, chissà).
In pratica oggi siamo tornati a casa dalla spesa settimanale, c’erano un sacco di cose da mettere via e la cena da preparare…così, mentre Andrea sistemava gli acquisti con l’aiuto di Davide, io ho messo il turbo e fatto su una torta salata in fretta e furia: venti minuti dagli ingredienti al forno.
Per il guscio ho usato una mia variante della pasta veloce per torte salate di Adrenalina.

Ingredienti
Pseudosfoglia:
200 grammi di farina
7 grammi di lievito istantaneo, NON vanigliato
80 grammi di brodo di pollo (o il brodo che preferisci, o acqua)
80 grammi di olio extravergine d’oliva

Ripieno:
Spinaci freschi o surgelati. Quantità: a naso e fantasia, ma se son freschi usane tanti, perché perdono volume
Un paio di spicchi d’aglio
200 grammi di ricotta, circa
Un uovo
I gherigli spezzettati di 5/6 noci (io ho usato le pecan, ma forse vien meglio con quelle comuni)
Un pochino di gorgonzola piccante (avevo un avanzo di un gorgonzola di qui piuttosto infame, e mangiabile solo mescolato ad altro)

Procedimento:
Accendi il forno a 180°C.
Scalda un po’ di olio con l’aglio spezzato in una padella capiente.
Butta dentro gli spinaci, abbassa la fiamma e copri.
Nel frattempo, metti in un contenitore ermetico gli ingredienti per la pseudosfoglia, chiudi il contenitore e agitalo come se fossi una pazza scatenata.
Balla a ritmo assieme al tuo pupo, se ne hai uno.
Dopo un paio di minuti di questo rituale, nel contenitore si forma una bella pallozza: impastala velocemente con le mani, giusto per renderla un minimo uniforme.
Lavati le mani, così, se devi prendere su il pupo, non lo riempi di briciole.
Procedi ora col ripieno, controllando gli spinaci. Se sono surgelati, son pronti quando sono morbidi. Se invece sono freschi, lasciali andare qualche minuto da quando si smosciano, almeno finché non si assorbe l’acqua; poi spegni e lascia lì.
In una ciotola, mescola la ricotta e l’uovo e condisci, senza esagerare col sale, ché il gorgonzola insaporirà poi di suo.
Stendi la pasta precedentemente preparata col mattarello. Io l’ho lasciata un po’ spessa e ho utilizzato uno stampo da 20 cm circa, ma vedi tu un po’ come regolarti, anche a seconda delle teglie che hai in casa.
Sopra la pasta disponi artisticamente gli spinaci, poi le noci, la miscela di ricotta e uovo e infine il gorgonzola sbriciolato grossolanamente.
Inforna per quaranta minuti. La torta è pronta quando l’impasto è ben dorato e cotto. Ad ogni modo, meglio lasciarla in forno qualche minuto in più che in meno: è quasi impossibile far bruciare una torta salata.
Buon appetito!

10 cose che una (neo)expat fa, e a volte dice

Ed eccomi qui a copiare anche io l’idea avuta da The greatest gift e in seguito ripresa da Parole Sparse , Mamme nel deserto, Machecifaccioqui, Iridi a Stelle e Strisce e havasflugilojn. Potevo esimermi? Ovviamente no 😀 Quindi beccatevi il mio decalogo!

1) sbirciare i menù dei ristoranti italiani del posto e scuotere la testa con sdegno davanti alle fettuccine Alfredo, al pollo cacciatore e al pane all’aglio

2) perdersi in contemplazione estatica nelle corsie del supermercato dedicate ai medicinali da banco e agli integratori

3) installare qualche app sul telefono che aiuti a raccapezzarsi con unità di misura che sembrano uscite da Game of Thrones: galloni, tazze, iarde, once… aiuto.

4) (almeno una volta credo sia capitato a tutti) guardare il proprio interlocutore senza aver la benché minima idea di quel che ci ha chiesto e rispondere “…yes..?”

5) calcolare compulsivamente che ore sono in Italia e chiedersi cosa stiano facendo i propri connazionali (di solito questa domanda sorge dopo le tre del pomeriggio, ovvero quando in Italia è mezzanotte e i social network non ci aggiornano più)

6) ripetersi che non ci si abituerà mai alle quantità gigantesche in cui vien venduto il cibo, per poi trovarsi a guardare con stupore una confezione da mezzo litro di latte e chiedersi se è per i Puffi.

7) non cessare di sorprendersi del fatto che qui sia normale spedire assegni o documenti importanti via posta, e che non solo arrivino a destinazione, ma che avvenga pure in fretta.

8) quando si mangia fuori, al momento del conto farsi prendere dal panico e lasciare troppa mancia. Oppure fuggire colpevolmente senza averne lasciata. O ancora, passare il tempo della consumazione elaborando mentalmente la cifra giusta da lasciare.

9) osservare di nascosto le coppie mamma immigrata/figlio adolescente: ascoltare la mamma che parla nella sua lingua e il figlio che risponde in perfetto americano, e rendersi conto, con un po’ di malinconia che con ogni probabilità quello è il proprio futuro.

10) impostare il blog affinché pubblichi i post in un orario in cui a Milano sono ancora svegli 🙂

Qualche aggiornamento…

…in attesa di riuscire a dedicarmi un po’ di più alla grafica di questo sito (cosa che avverrà probabilmente quando Davide inizierà l’asilo), ho aggiornato la pagina che spiega chi siamo e ho aggiunto finalmente i link ad alcuni blog che seguo.
Peri il resto, si avvicina il Natale/Sol Invictus/Hanukkah/Solstizio d’inverno e in Silicon Valley spuntano come funghi le rivendite di alberi di Natale. Qui non si usano con le radici e il vaso, ma semplicemente tagliati; del resto è così anche in Svizzera, o perlomeno nella zona di Basilea dove risiede la mia amata zia.
Ovviamente vanno molto anche le decorazioni luminose esterne, e devo dire che, nonostante le case monofamigliari si prestino meglio a questo genere di cosa, il livello di tamarraggine è a volte simile a quello milanese.
Ormai è inverno, e di notte e al mattino presto fa davvero freddo; le temperature si aggirano intorno allo zero. Ma poi, col passare delle ore, la temperatura torna a essere più mite e quasi tutti i giorni  Davide ed io riusciamo a trascorrere un’oretta in giardino. Lui esplora foglie, sasse, arbusti e quel che trova ed è molto felice. Siamo davvero fortunati.

La patente in California (prima parte)

Se visitate gli Stati Uniti da turisti, potete guidare con la vostra patente italiana. Se invece diventate residenti, dovete prendere la patente dello stato in cui vivete. Questo significa ovviamente ripetere gli esami di teoria e pratica.
Siccome qui fuori città è impossibile stare senza aver bisogno di guidare, anche io, dopo Andrea, ho iniziato la trafila per ottenere l’agognata tesserina. Va detto che, nonostante il Department of Motor Vehicles sia un’agenzia governativa, esso opera a livello statale, per cui, cambiando stato di residenza, si deve convertire la patente.
Per ottenere una patente in California, è necessario il SSN (equivalente al nostro codice fiscale). È comunque possibile averla anche se, come nel mio caso, non si possiedono i requisiti per il SSN ma si è residenti legali: la classica situazione da “spouse of an H”.
La sede del DMV dove io ho sostenuto l’esame è proprio il classico ufficio pubblico, tipo INPS in Italia: impiegati a volte gentili a volte matti, edificio squalliduccio, fauna molto variegata.
Si inizia la trafila compilando un modulo di richiesta, nel quale si può indicare anche se si desidera diventare donatori di organi in caso di incidente mortale (gesti apotropaici).
Si prosegue allo sportello, pagando la tariffa (32 dollari allo stato attuale) ed effettuando un test della vista molto all’acqua di rose rispetto a quello italiano: leggere tre righe dal classico pannello oculistico, che si trova appeso alle spalle dell’impiegato a cui stai effettuando il pagamento.
Dopodiché ci si mette in fila per la foto a un altro sportello, dove viene infine consegnato il lungo foglio del quiz.
La compilazione non sembra avere limiti di tempo (“take your time”) e si effettua in cabine simil-elettorali, ma senza tendina (inutile dire che copiare invalida la prova).
Finito il quiz, si deposita il foglio in un cesto, dal quale verrà pescato e corretto, e si attende la chiamata col verdetto. Le domande, qui, sono 36 a risposta multipla, e si possono fare al massimo 6 errori. Nel caso si sia minori di 18 anni, le domande sono 46 e si possono fare fino a 8 errori. Se si viene bocciati, si può ripetere l’esame altre due volte, dopodiché è necessario ricominciare dal via.
Il papiro del quiz viene lasciato all’esaminando (per poter rimuginare sui propri sbagli, forse!) e, se si è stati promossi, si riceve anche l’equivalente del foglio rosa, con cui si può guidare per due mesi, prorogabili per altri due.
Io ho fatto solo 5 errori, con mia somma incredulità, quindi ora posso esercitarmi al volante ed infine affrontare l’esame pratico.
Riguardo alla teoria, forse è scontato dire che le regole generali di buon senso sono le stesse in Italia e in California, ma in molti casi sussistono differenze anche notevoli, per cui è opportuno studiare almeno un pochino. Ad esempio, qui è generalmente legale svoltare a destra con un semaforo rosso (dando precedenza a chi ce l’ha, of course), esistono regole particolari per la precedenza agli incroci, è necessario sapere come comportarsi se si incontra uno scuolabus, e via discorrendo. Inoltre, per quanto mi riguarda, il mio esame teorico della patente italiana risale ormai a più di dieci anni fa, e molti concetti avevano comunque bisogno di una rinfrescata.
Ad ogni modo non si tratta certo di un’impresa complicata: se ce l’ho fatta io…
Presto, spero, seguirà quindi un secondo post relativo alla prova pratica. Knock on wood!

All the leaves are down…

La California è uno stato che gode di un clima molto particolare, in grado di variare sensibilmente spostandosi di pochi chilometri. Lo sa bene chi ha avuto modo di visitare San Francisco e la Bay Area: vicine eppure diverse.
Ad ogni modo, il freddo sembra essere arrivato anche qui, e per domani si aspettano pochi gradi (centigradi, of course) sopra lo zero. Già da qualche settimana però, passeggiando nel nostro quartiere, si può avvertire il tipico odore di caminetti accesi. Qui il camino è un must have in tutte le case, e spesso l’unica parte in muratura. Anche noi ne abbiamo uno…peccato che sia inutilizzabile, se non come nascondiglio per Davide. Ci godiamo quindi l’aria fresca e il gran finale dei colori autunnali, con le foglie gialle dei gingko decorativi che illuminano I marciapiedi. Le giornate sono sempre più brevi e rientrare in casa al calduccio dopo una passeggiata verso sera è davvero molto piacevole.