Adjusting (it’s been only four days after all…)

Quel che fa impressione non è tanto avere un numero di cellulare americano, quanto pensare che probabilmente diventerà IL numero di cellulare.
Quel che fa impressione è correggere pensieri spontanei tipo: “speriamo che il volo di ritorno vada bene come quello d’andata” o “che bella questa cosa, chissà se spediscono in Italia”.
Quel che fa impressione è il silenzio di Facebook e compagnia durante i sonnellini pomeridiani di Davide, perché in Italia è ormai notte e i nostri amici dormono.

The devil went down to Georgia

Sulla via del ritorno dal commercialista prendo la 280. E’ un bel cambiamento rispetto alle altre strade super-trafficate che attraversano tutti i paesi della zona: la 280 invece serpeggia in collina.

Rallento per rispettare il limite delle 65 miglia all’ora, anche se la maggior parte delle auto va ben più veloce. La mia andrebbe ben più forte: dopo l’utilitaria che ho lasciato a Milano, questa Chevrolet Malibu è enorme e potente, si guida bene; al punto che ho già fatto 200 miglia in 2 giorno.

E ad un certo punto, dalle parti di Los Altos Hills, in radio mettono la Charlie Daniels Band. Più America di così si muore. Nel dubbio alzo il volume, accelero e vado verso “casa”.

http://m.youtube.com/watch?v=FgvfRSzmMoU

Random stuff I want to remember (first impressions)

L’aria che profuma di pini marittimi ed eucalipti quando scendiamo dall’auto la prima sera
Gli scoiattoli
I colibrì! Vivi! Non ne avevo mai visto uno!
Cercare un posto per la colazione su yelp e trovare che il più buono (ed è davvero buono) è di un ragazzo di Porretta Terme
Andare in overload sensoriale da Whole Foods (“che meraviglia questo banco del pesce…e hai visto la grafica delle etichette dei formaggi??”) e spendere un patrimonio
La pasta (buona) e il sugo (fetente), e il fatto che un piatto di pasta al sugo resta la cosa più semplice che venga in mente di preparare quando si deve fare una spesa d’emergenza
Davide, sballato dal fuso orario diverso, che esplora la casa esultando per la moquette sotto alle ginocchia gattonanti
Un enorme cartone di latte di cocco, al posto di quello di mucca, per i cereali a colazione
Il navigatore satellitare che si fa beffe di noi
La sensazione di hangover del jet lag, gli occhi che bruciano, gli sbadigli e la fatica
Il letto candido e morbido come una nuvola
La luce, la terra polverosa, il sole caldo

It’s time to leave, I’m really not sorry

Emergo dal sottosuolo e la luce di un pomeriggio di fine agosto mi colpisce in pieno. È trascorso del tempo dall’ultima volta che son passata in porta Garibaldi.
Dove anni fa scorrevano anonimi stradoni e più tardi, quest’inverno, gli scheletri degli edifici sovrastavano i percorsi provvisori, ora si stagliano lucenti grattacieli, degni di una vera metropoli. Lo skyline è internazionale, e allora non si può più certo dire “le Varesine”: molto meglio City Life. Conciso, rassicurante, anonimo.
È passato del tempo anche dall’ultima uscita da lavoratrice. Il sandalo si incastra in un gradino, quasi inciampo; ma è un attimo, e subito sono riassorbita dalla folla ordinata che fluisce dalla metropolitana verso la Milano che produce. Ed è così che, un po’ come andare in bicicletta, scopro che non si smette semplicemente di essere un’impiegata di città: non si dimentica la posa delle spalle, il movimento fluido della tessera atm sui nuovi tornelli, lo sguardo fintamente distratto che si posa su semafori bici pedoni turisti modelle operai. Sono passati dieci mesi, ma mi è bastato uscire senza bimbo e venire qui per farmi riassorbire dalla massa.
Eppure.
Eppure mi sento fuori posto, come se fossi la spia di un altro pianeta. Decine di libri letti, di riflessioni fatte, di calcoli più o meno ponderati si affastellano nella mia mente, mentre, in questo pomeriggio di agosto, vado a presentare le mie dimissioni dopo aver avuto un bambino.
La società in cui sono cresciuta mi dice che non è proprio dignitoso che una ragazza non abbia ambizioni di carriera. Che un bambino non è un lavoro. Che ho un dovere verso le donne che hanno combattuto per farmi avere queste opportunità. Il punto però è che, proprio come loro, io preferisco essere felice che conformarmi alle aspettative della società. E quindi no, non mi dispiace e non sono triste, anzi. Ringrazio il cielo ogni giorno per questa possibilità.
Sono quasi arrivata. Nella stessa via in cui mia nonna viveva con tre figli, in un sottoscala infestato dai topi e dalla miseria del dopoguerra, ha da qualche anno la nuova sede la società multinazionale per cui lavoro.
Quando son stata assunta erano altri gli uffici, e per sei anni ho lavorato dal cliente. È la prima volta che vengo qui. Entro, chiedo della persona che devo vedere, consegno i miei documenti, stringo una mano, lascio il badge e sono fuori. È l’ultima volta che esco di qui.
Il sole sta lentamente calando e fa scintillare la punta del palazzo Unicredit. Non so come si chiami veramente: avrà anche un nome, questa specie di unicorno che è visibile ormai da buona parte della città. Ma non ha molta importanza, in fondo. Quando tornerò da queste parti tutto sarà ancora diverso, e probabilmente anche io.
Sono quasi le sei: penso a Davidea casa con la nonna, a come è strano camminare senza il suo piccolo peso addosso. È un po’ come muovermi in acqua: sono più leggera ma faccio più fatica. Affretto il passo, raggiungo altri impiegati al semaforo, attraverso la strada e finalmente scivolo nella pancia della città e verso il mio bimbo.

Meno dieci…

…e mi ritrovo a vagare per casa, con mille cose da sistemare e senza sapere da che parte sbattere la testa. Questa volta non basta metter tutti i ricordi in una scatola in più, bisogna decidere: le cose importanti con noi, il resto ridotto il più possibile, così da non lasciarci dietro troppo macello, dato che l’appartamento andrà affittato. C’è poi da sistemare il conto in banca, fissare un’ultima visita con la pediatra italiana, domiciliare le utenze, effettuare un backup del PC… Tutto questo con un pupo mattacchione, che trova guai gattonando e arrampicandosi ovunque, cercando di assaggiare la sabbia delle gatte, giocando coi cavi della corrente e infilando le dita nel computer. Aiuto…ce la faremo mai?
E come andrà il viaggio? Davide sarà stravolto? Noi saremo stravolti? Riuscirò a prendere la patente americana? Troveremo una casa decente entro il mese in cui siamo in residence? Avremo dei vicini di casa umani? E così via con mille altre domande, paure, dubbi e angosce.